L’iter di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea prevede che entro il 29 marzo 2019 venga stipulato e ratificato un accordo per definire i termini del recesso. A metà novembre, su questo fronte, c’è stata un’importante novità: è stata definita una bozza di accordo che stabilisce la partecipazione del Regno Unito al mercato unico fino al 31 dicembre 2020, nell’ambito del cosiddetto “periodo transitorio”.

La bozza ha ottenuto l’approvazione del governo britannico – non senza qualche strappo al suo interno, come le dimissioni del ministro alla Brexit Dominic Raab – ed è stata ratificata dal Consiglio Europeo il 25 novembre. Ma l’ok da parte del Parlamento UK appare ancora estremamente incerta.

Se questo ok non dovesse arrivare, non ci sarebbe alcun periodo transitorio e il 30 marzo 2019 verrebbero semplicemente meno i rapporti bilaterali tra Regno Unito e UE: scatterebbe, insomma, la cosiddetta hard Brexit, in uno scenario pieno di incognite.

La bozza segna l’inizio di un percorso

La bozza di accordo messa a punto dai negoziatori UE e UK e approvata dal governo del Regno prima e dal Consiglio Europeo poi lascia molte questioni in sospeso, che andranno chiarite nel corso dei prossimi mesi. Ed è proprio per questo che si prevede una lunga fase di transizione post Brexit: in pratica, le trattative, i negoziati e il confronto non si concluderanno il 29 marzo 2019, ma proseguiranno fino al dicembre 2020, ed eventualmente anche oltre (fino alla fine del 2022).

Nel complesso, dal lungo testo (oltre 500 pagine) emerge un quadro di “soft Brexit”, alla luce del quale:

  • l’Irlanda del Nord rimarrà nel mercato unico europeo a tempo indeterminato;
  • il Regno Unito abbandonerà tutte le istituzioni UE e i relativi network e database allo scadere del periodo di transizione;
  • durante la transizione resteranno in vigore, sul piano commerciale, le regole attualmente in essere;
  • la Corte di Giustizia Europea continuerà a operare per tutto il periodo transitorio;
  • il costo della separazione – tra contribuzione dovuta, obbligazioni assunte in precedenza e altro – è stimato sui 40 miliardi di euro.

Il primo ministro Theresa May ha sottolineato come la bozza di accordo individuata con Bruxelles preveda garanzie su una futura relazione commerciale preferenziale con l’UE, e allo stesso tempo tuteli “l’integrità del nostro prezioso Regno Unito”.

I detrattori dell’accordo, da parte loro, criticano in primis la soluzione trovata sullo spinoso tema del confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, che rischia di agganciare il Regno Unito in maniera potenzialmente permanente all’area doganale europea.

Il calendario delle prossime scadenze

Vediamo ora brevemente le prossime tappe verso il “divorzio” tra Regno Unito e Unione Europea, supponendo che nel mese di dicembre la bozza di accordo riesca a ottenere il via libera da parte del Parlamento UK.

  • Gennaio-febbraio 2019. Se il Parlamento la approva – e, come detto, ciò non è affatto scontato – il Governo potrà preparare i conseguenti disegni di legge. Sarà una fase molto delicata, in cui l’esecutivo dovrà probabilmente scontrarsi con il Parlamento per far approvare tutti i dettagli dell’iter di separazione.
  • Entro il 29 marzo 2019. Il trattato su Brexit dovrà essere approvato dal Parlamento Europeo durante una sessione plenaria.
  • 29 marzo 2019. È il giorno in cui Brexit entrerà in vigore e, comunque andrà, sarà una data storica.
  • Dopo il 30 marzo 2019. Una volta formalizzata Brexit, inizieranno le discussioni sui nuovi rapporti commerciali tra Unione Europea e Regno Unito.
  • 31 dicembre 2020. Finirà il periodo di transizione, anche se è possibile che questa fase venga estesa fino al 31 dicembre 2022.

E in caso di bocciatura della bozza di accordo da parte del Parlamento UK a dicembre? A quel punto, tornerebbero in campo tutte le ipotesi, vale a dire:

  • ulteriore tentativo di negoziazione con l’UE;
  • crisi di governo con nuove elezioni;
  • nuovo referendum;
  • hard Brexit.

Come stanno reagendo i mercati?

A risentire di più del lungo e travagliato iter verso Brexit è stata finora la sterlina, che non è ancora riuscita a tornare ai livelli precedenti al referendum del 23 giugno 2016 nel cambio con il dollaro statunitense, con l’euro e con lo yen giapponese.

 

 

Sul fronte azionario, il principale indice britannico – il Ftse 100 – non ha sofferto particolarmente, complici anche le numerose aziende del suo paniere che generano ricavi in valuta estera e sono quindi meno esposte alle oscillazioni del tasso di cambio. Quanto al mercato obbligazionario, la curva dei rendimenti segnala per il momento una situazione di normalità, con uno scostamento legato ai due rialzi che la Bank of England ha operato dal novembre 2017.

 

La hard Brexit resta uno scenario da scongiurare

La Brexit rappresenta una sfida anche per la crescita economica del Regno Unito, che secondo i dati più recenti (riferiti al terzo dell’anno) ha comunque registrato un +0,6% su base trimestrale e un +1,5% annuo. Nel complesso, il Paese sembra quindi essere riuscito a gestire il “dopo referendum” abbastanza bene. Il timore più grande per gli investitori era – ed è, visto che il Parlamento UK deve ancora esprimersi – una Brexit senza accordo. Cosa che, oltre a produrre uno strappo difficile da governare per entrambe le parti in causa, lascerebbe il Regno Unito sospeso in un limbo che a lungo andare peserebbe sulla sua competitività e gli farebbe perdere slancio.

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