Archiviati senza scossoni gli appuntamenti elettorali 2017 nel Vecchio Continente, con l’inizio del nuovo anno è partito il conto alla rovescia per le elezioni italiane. Il voto per rinnovare le due Camere – e di conseguenza il governo – è in calendario domenica 4 marzo. Una giornata che tutta l’Europa seguirà con trepidazione.

Serve un’Italia stabile

“Serve un’Italia stabile, ancorata al progetto europeo e che non si avventuri in politiche economiche che comportino lo sfondamento del tetto del 3% nel rapporto tra deficit e PIL”, ha detto di recente il commissario UE agli Affari Economici Pierre Moscovici. “La situazione è molto delicata. Spero che l’Italia sia guidata da un governo stabile pro-europeo sostenuto dalla maggioranza degli italiani”, gli ha fatto eco il commissario UE al Lavoro Jyrki Katainen. Ma l’Italia è veramente messa così male? Con quali dati economici si sta avvicinando al voto? Vediamoli.

Prodotto Interno Lordo? In crescita!

Nel 2013, all’inizio della legislatura che quest’anno si chiude, il Prodotto Interno Lordo mostrava una contrazione del -0,4%. Secondo la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza del governo, invece, nel 2017 è atteso in crescita dell’1,5% e dovrebbe salire allo stesso modo anche nel 2018, dopo il +0,9% del 2016. Anche il grafico sottostante certifica il cammino della ripresa dell’economia del nostro Paese: gli anni di contrazione della crisi sono passati.

A certificare la crescita arriva anche la voce “autorevole” dell’OCSE e della Commissione UE che concordano sul +1,5% nel 2018, mentre l’Istat pronostica un +1,5% nel 2017 e un +1,4% nel 2018.“Il PIL italiano è ancora al di sotto di quello del 2007, ma in ogni caso ci sono segni di ripresa”, ha recentemente dichiarato il capo economista per l’Europa di S&P Global Jean-Michel Six. In parallelo, il rapporto deficit/PIL segna un calo: dal 3% del 2013 al 2,1% atteso per il 2017 e all’1,6% previsto per il 2018.

A contribuire maggiormente a questo ritmo di crescita troviamo tre principali elementi: la ripresa della domanda interna, gli investimenti delle imprese (cresciuti grazie ad una rinnovata vitalità dell’industria italiana, dove, con la ripresa della domanda, è aumento anche il fatturato) e la crescita della domanda esterna, che ha certificato il positivo riposizionamento sul commercio mondiale del nostro sistema industriale.

Rapporto debito/PIL sopra il 130%

Secondo la Banca d’Italia, a novembre il debito delle amministrazioni pubbliche è sceso di 14,7 miliardi rispetto al mese precedente, a 2.275 miliardi di euro. Tuttavia, il rapporto con il PIL nell’ultimo decennio ha restituito esiti percentuali sempre più allarmanti: a causa della crisi del 2007, tutto il lavoro fatto per ricondurre questo parametro sotto il 100% è stato reso vano: nel 2012 c’è stato il sorpasso del 120% e nel 2015 lo sfondamento del tetto del 130%, al di sopra del quale eravamo anche nel 2016.

Più lavoro sì, ma temporaneo

Secondo i dati Eurostat e Istat di gennaio, la disoccupazione nella zona euro è scesa al livello più basso dal 2009: il tasso nell’area della moneta unica è all’8,7%. E ancora meglio va a livello di Unione Europea: nei 28 Stati membri il tasso di disoccupazione si attesta al 7,3%, la percentuale più bassa dall’ottobre del 2008. Anche in Italia si è registrato un calo. Tuttavia, con il suo 11% di tasso di disoccupazione, il nostro Paese si colloca tra gli Stati UE in coda alla classifica. E ciò vale anche per la disoccupazione giovanile che, secondo l’Eurostat, in Italia resta fra le più alte d’Europa (32,7%), dopo Grecia (39,5%) e Spagna (37,9%). Peraltro va aggiunto che gli ultimi dati a disposizione rilevano sì un aumento dei posti di lavoro in Italia, ma si tratta per il 90% di contratti a tempo determinato. E comunque di questa ripresa beneficiano soprattutto i giovani, anche in virtù degli sgravi previsti per gli under 35. La Generazione X, quella cioè dei nati tra il 1960 e il 1980, perde invece qualche posizione.

Legge di Bilancio 2018

A dicembre è stata approvata la Legge di Bilancio 2018, contenente una manovra da circa 22,5 miliardi, il cui scopo dichiarato è “proseguire il percorso avviato di crescita economica e di finanza pubblica sostenibile”: stop all’aumento dell’Iva previsto per il prossimo anno, incentivi agli investimenti di imprese e famiglie, agevolazioni per l’occupazione con particolare attenzione al Sud e, ancora una volta, agli under 35, aumento delle risorse del Fondo povertà, che finanzia il reddito di inclusione, e incremento delle soglie di reddito per accedere al bonus da 80 euro.


Le attese dei mercati

Chi premieranno gli italiani? Oggi, per lo più, esperti e mercati sembrano scommettere su un esito elettorale pro-sistema ed europeista e su una grande coalizione trasversale, sul modello di quanto appena avvenuto in Germania. Neanche dal voto italiano, quindi, si temono scossoni.

A Piazza Affari, il Ftse Mib e il Ftse Star crescono spinti da un buon momentum e da valutazioni positive. Il differenziale di rendimento tra il BTP decennale italiano e l’omologo tedesco – il famigerato spread – mostra un calo di 20 punti dall’inizio dell’anno: generalmente un suo aumento, soprattutto se legato a una risalita del rendimento del titolo di Stato italiano, è sintomo di vendite per l’obbligazione tricolore e di “sfiducia finanziaria” verso il nostro Paese; la diminuzione registrata lascia invece supporre una certa serenità a proposito dell’Italia.

Se serve una controprova, basta guardare al Credit Default Swap, derivato che protegge gli investitori dal rischio credito di un debitore: quello sull’Italia è ai minimi dal 2015.

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