Portata a casa la riforma fiscale e sbloccata l’impasse sul budget federale di gennaio (utile a rifinanziare le attività amministrative del Paese), il prossimo obiettivo del governo americano è la riforma della politica commerciale. E Trump sembra intenzionato a procedere con assoluta decisione.

Cos’è successo?

Il presidente degli Stati Uniti d’America ha mantenuto fede alle promesse fatte in campagna elettorale e nei giorni scorsi ha ufficialmente annunciato l’introduzione di dazi doganali sulle importazioni di alluminio e acciaio, rispettivamente al 10% e al 25%. L’obiettivo di questa mossa è disincentivare l’acquisto delle due materie prime dall’estero e promuovere invece i produttori interni, in modo da risollevare l’indebolita industria siderurgica statunitense.

In altre parole: se comprare 100.000 dollari di acciaio da un produttore USA costerà, appunto, solo 100.000 dollari, comprare la stessa quantità di metallo da un produttore canadese ne costerà 125.000, dal momento che, oltre a pagare i 100.000 dollari per l’acquisto dell’acciaio, l’acquirente dovrà versarne 25.000 allo Stato come dazio doganale.

Trump ha definito questa decisione:

  “un atto necessario, utile a difendere la sicurezza nazionale del Paese

Stessa sorte, un mese fa, era toccata a pannelli solari e lavatrici.

Quali sono le vere ragioni di questa scelta?

Nel secondo dopoguerra l’industria siderurgica americana rappresentava uno dei motori dello sviluppo del Paese. Tuttavia, le sempre migliori tecnologie utilizzate nei processi industriali e l’offerta più economica proveniente da altri Paesi hanno indebolito il settore.

E il principale “colpevole” individuato dal presidente è il Governo di Pechino che, incentivando la produzione cinese, ha contribuito a immettere sul mercato una quantità eccessiva di questi beni, determinando così un crollo dei prezzi che inevitabilmente ha pesato sull’industria globale, compresa quella americana.

Come disincentivare l’acquisto di acciaio e alluminio non statunitensi? Applicando un’imposta all’ingresso di queste merci nel Paese, in altre parole un dazio.

Quanto c’è di vero in tutto ciò e qual è l’impatto sull’economia americana?

Fino a questo punto la mossa di Trump può sembrare assolutamente legittima. Tuttavia, approfondendo i dati cui abbiamo fatto cenno, emerge una realtà un po’ diversa.

  • Il principale obiettivo è la Cina, che è sì il primo produttore al mondo di acciaio ma che in termini di importazioni negli Stati Uniti si colloca dopo Canada, Brasile, Russia, Germania e Corea del Sud. L’introduzione di dazi doganali, quindi, rischia in realtà di indebolire i rapporti con Paesi considerati “alleati”. Tuttavia, dopo l’annuncio, Trump ha precisato che potrebbe esserci un ripensamento su Canada e Messico, Paesi con i quali sta rinegoziando il NAFTA (North American Free Trade Agreement, ossia l’Accordo Nordamericano per il Libero Scambio), mai andato troppo a genio al presidente.
  • La produzione di alluminio e acciaio negli USA conta 1.500 imprese contro le 30mila che utilizzano questi materiali nei loro processi produttivi. In pratica, a trarre giovamento dall’introduzione dei dazi sarebbe solo una piccola fetta dell’industria americana, a scapito di tanti altri settori, dalle auto alle costruzioni. La società di analisi Trade Partnership Worldwide ha prodotto una stima sull’impatto della decisione di Trump sull’occupazione: attese 30mila nuove assunzioni nel settore siderurgico, a fronte però dei circa 180mila posti persi negli altri settori per via dell’aumento dei costi di produzione.

Quali sono i rischi per il commercio mondiale?

Il vero timore che è emerso dai dibattiti di questi giorni è che il contesto economico in cui oggi tutti i Paesi si muovono, così fortemente interconnesso e globalizzato, possa uscirne indebolito proprio per via della deriva protezionistica.

L’Unione Europea, che al momento risulta l’area più colpita da questa manovra, tramite il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha già fatto sapere che “reagirà fermamente e in modo proporzionato per difendere i suoi interessi”. In un simile contesto è arrivata anche la voce del Commissario UE al Commercio Cecilia Malmstrom, che “teme che migliaia di posti di lavoro siano a rischio sulle due sponde dell’Atlantico”.

Uno spiraglio, però, c’è: al di là del discorso su NAFTA, Canada e Messico, dopo la firma dello scorso giovedì il presidente Trump si è dato 15 giorni di tempo per approfondire i rapporti con i vari Paesi e capire quali considerare “alleati commerciali” e quali no.

Come hanno reagito i mercati?

I botta e risposta tra le due sponde dell’Oceano su quella che può sembrare l’alba di una guerra commerciale hanno influenzato l’andamento dei settori e delle industrie maggiormente coinvolte. I principali importatori di acciaio e alluminio statunitensi, US Steel e Century Alluminium, hanno chiuso in rialzo di circa il 6% nei giorni successivi all’annuncio di Trump. Al contrario, le aziende che principalmente utilizzano le materie prime, come quelle del settore automobilistico, hanno perso in media circa il 4%.

Le “reazioni a caldo” sono state quindi circoscritte a comparti specifici. L’andamento dei mercati azionari, invece, non ha particolarmente risentito di questa dinamica, tanto che le piazze finanziarie americane che hanno chiuso la settimana tutte in territorio positivo. Un’ulteriore riprova che (forse) siamo di fronte a un evento più politico che economico.

Nei mesi a venire bisognerà monitorare attentamente il proseguo del dibattito sul NAFTA, sulla WTO (da cui Trump ha più volte dichiarato di voler far uscire gli Stati Uniti) e sui dazi, per capire se effettivamente i Paesi Sviluppati si stanno incamminando verso nuove barriere commerciali, e quindi verso un mondo meno “globalizzato”.

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