La mattina di lunedì 15 ottobre, il mercato azionario – indice Dax in primis – appariva tutt’altro che sconvolto dall’esito del voto in Baviera, che si è svolto domenica 14. La seconda regione più popolosa della Germania – sede di alcune tra le più importanti società tedesche, fra cui BMW e Siemens, con 12 milioni e mezzo di abitanti e oltre 9 milioni di elettori, superata per rilevanza solo dalla Nordreno-Vestfalia – si è recata alle urne per rinnovare il suo Parlamento. Un appuntamento che ha preceduto di due settimane il voto in un’altra regione, l’Assia (28 ottobre), al quale seguirà il 6 dicembre l’atteso congresso della CDU di Angela Merkel, che eleggerà la sua nuova guida.

L’appuntamento del 14 ottobre, che poteva sembrare marginale, in realtà ha rappresentato una delle tornate elettorali più significative prima della chiamata alle urne per il rinnovo del Parlamento Europeo, in programma nel maggio 2019: dal 23 al 26 del mese, infatti, i 27 Stati membri dell’Unione Europea (per la prima volta senza Regno Unito) voteranno i loro rappresentanti nell’organo legislativo comunitario. Nell’attesa, vale la pena di fare il punto su quanto avvenuto in Germania domenica 14 ottobre.

Bene i Verdi, sale l’ultradestra

La conferma di una tendenza che non è esclusivamente locale ma decisamente continentale (per non dire globale). Con una vera e propria sostituzione: dai grandi partiti di massa ai movimenti di nuova formazione, alcuni dei quali nettamente più in grado degli altri di intercettare il rinnovato spirito nazionale, anti-sistema e anti-globale che sta emergendo un po’ ovunque in scia alla crisi del ceto medio. Così in molti hanno letto il risultato del voto in Baviera. L’Unione Cristiano-Sociale (CSU), partito di centrodestra e storico alleato della CDU di Angela Merkel, ha perso la maggioranza assoluta fermandosi al 37,3% circa, il risultato peggiore dal 1950 (nel 2013 superò il 47%). Molto bene i Verdi, che si sono piazzati al secondo posto con il 17,8% dei consensi. Crollo per l’SPD, al 9,5%. L’estrema destra dell’Alternative für Deutschland è passata dallo zero assoluto (nel 2013 non esisteva) al 10,7%.

Come hanno reagito i mercati?

Archiviata una settimana con flessioni fra il 4% e il 5%, lunedì 15 ottobre tutti i principali indici azionari hanno visto prevalere l’incertezza, senza tuttavia “esplosioni” di volatilità eccessive. Sul radar dei rischi finanziari si sono distinti soprattutto altri fattori, come i dazi, le tensioni diplomatiche tra Washington e Riad a valle della scomparsa del giornalista saudita Jamal Khash oggi, l’impasse sulla Brexit e il confronto sulla prossima Legge di Bilancio italiana. Il cambio tra euro e dollaro USA era sempre sotto l’1,16, leggermente sopra i valori di venerdì 12 ottobre.

Ma per avere un’idea più precisa del grado di rischio percepito in Germania e in generale in Europa, è interessante volgere lo sguardo al rendimento delle scadenze più brevi dei titoli di Stato tedeschi, considerate generalmente le più ricettive al malumore degli investitori. Un rialzo del rendimento delle obbligazioni lungo queste scadenze sarebbe infatti da interpretare come il segno che il mercato percepisce qualche grado di rischio in più per il Paese.

Di seguito, un riepilogo della situazione aggiornata alle ore 12:00 del 15 ottobre.

 

Nessuna impennata, come si vede. In altre parole, nemmeno le scadenze corte sembrano aver risentito in modo significativo degli effetti del voto, rimanendo sostanzialmente in linea con il rendimento offerto negli ultimi sei mesi.

Smarcato questo appuntamento, l’attenzione nel Vecchio Continente è tornata sulla delicata questione della Brexit, con il raggiungimento di un accordo che sembra sempre più incerto, e sulla prossima Legge di Bilancio italiana. Ma, come accennato, il vero banco di prova per l’Unione Europea e, di riflesso, per l’area dell’euro resta quello delle elezioni del prossimo maggio.

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