Il primo ministro inglese David Cameron ha stabilito la data del referendum: il 23 giugno. In quel giorno i cittadini del Regno Unito saranno chiamati al voto per decidere se continuare a far parte dell’Unione Europea oppure uscirne, ed è proprio da questo che prende forma il termine Brexit, ovvero “Br” (Britain)e “exit” (uscita) dalla UE. Cameron ha negoziato per quasi due giorni a Bruxelles i rapporti (cioè i trattati) tra Londra e l’UE al fine di potersi schierare dalla parte del Sì nel referendum ed invitare i propri elettori, e non solo, a seguirlo nel voto.

Cosa prevede questo accordo?

Sostanzialmente i punti sono quattro e li analizziamo insieme.

  1. Governance Economica: i Paesi dell’Eurozona devono rispettare il “mercato unico” e gli interessi dei Paesi che non ne fanno parte. Dal canto loro i paesi fuori da Eurolandia, si impegnano a non frenare la maggiore integrazione dell’Eurozona. Questo punto, fondamentalmente, riguarda in particolar modo le banche e gli istituti finanziari della City, che saranno slegati dalle disposizioni sui requisiti patrimoniali previsti dalla BCE. Le banche della City saranno comunque soggette ai controlli delle autorità europee (Eba, Esma).
  2. Sovranità: a Londra la definizione di “unione sempre più stretta” non piace. Saranno riconosciuti maggiori poteri ai Parlamenti nazionali. È contemplata la possibilità di bloccare iniziative legislative europee se almeno 16 Parlamenti nazionali su 28 esprimono la loro contrarietà.
  3. Competitività: l’Unione Europea si impegna a rafforzare il mercato interno facendosi garante della competitività; questo potrà avvenire grazie ad una riduzione del carico amministrativo e dei costi per le piccole e medie imprese.
  4. Welfare: in situazioni eccezionali potrà essere limitata la circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione e l’accesso al sistema del welfare avverrà gradualmente nell’arco di quattro anni. Esiste anche una clausola di “freno di emergenza”, ovvero la possibilità per Londra di limitare i sussidi sociali ai cittadini europei per un massimo di 7 anni (il Regno Unito aveva proposto un orizzonte temporale più lungo: tredici anni).

Adesso sta ai cittadini inglesi votare. Al momento, secondo i sondaggi, il Regno Unito dovrebbe rimanere nell’UE, ma gli indecisi sono ancora tanti e l’incertezza è elevata.

Se da una parte Cameron è portavoce del Sì, il sindaco di Londra, Boris Johnson si dice a favore di Brexit. E la City, cosa pensa?

Secondo l’attuale normativa, una società finanziaria autorizzata nel Regno Unito ha la possibilità di operare nell’intera Eurozona dopo aver richiesto al regulator inglese una specie di passaporto. La City rappresenta il ponte ideale per queste realtà ed il passaporto consente l’accesso a 500 milioni di clienti.

Certamente non sarà per motivi culturali e sociali, ma la City ha tutto l’interesse a non perdere questo vantaggio e si è quindi espressa a favore all'Unione Europea. Non bisogna dimenticare, tra l’altro, che al momento i servizi finanziari rappresentano circa il 12% del Pil del Paese e che, in caso di Brexit, questo valore potrebbe scendere drasticamente.

Cosa succede in caso di Brexit?

Se dovesse vincere il No si aprirà un lungo percorso di negoziati e accordi tra il Regno Unito e la UE. L’eventuale uscita potrebbe dunque avere diverse sfumature. Si va dall'uscita secca, che significherebbe perdere i privilegi elencati prima, fino ad un’uscita soft, simile al modello norvegese, che comporterebbe l’adesione allo Spazio Economico Europeo e quindi l’accettazione di molte regole stabilite a Bruxelles, nonché la contribuzione al bilancio dell’Unione.

L’impatto più immediato potrebbe essere sulla divisa britannica: per 29 economisti su 34 intervistati da Bloomberg, in caso di uscita del Regno Unito dall'Unione Europea la sterlina potrebbe scendere sotto 1,35 dollari, toccando i minimi degli ultimi 35 anni.

Per vedere la reazione dei mercati bisognerà attendere l’esito del referendum, nonché verificare quali saranno le condizioni dell’economia europea e globale. Per il momento il rischio Brexit sembra già pesare sulla sterlina inglese, che continua a perdere terreno sia nei confronti della moneta unica europea che nei confronti del dollaro statunitense.

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