L’unica certezza, per ora, è il Brexit Day, fissato per il 29 marzo 2019. Ovvero, due anni dopo l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che ha avviato i negoziati formali per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea dopo il referendum del 23 giugno 2016. Teoricamente, Gran Bretagna e Unione Europea dovrebbero arrivare a quella data con un “accordo di divorzio” che ne regoli i rapporti futuri. Il problema è che il termine per raggiungere questo accordo – con qualche mese di anticipo, per permettere ai rispettivi Parlamenti di ratificarlo – era fissato a ottobre e adesso rischia di essere superato senza risultati. Vale dunque la pena di dedicare una pagina del nostro diario settimanale alla Brexit, cercando di capire cosa ci aspetta e quale potrebbe essere l’impatto sull’assetto economico UE e UK.

Impasse sull’Irlanda

Cominciamo col dire che il Summit di Salisburgo, tenutosi il 19 e 20 settembre, si è concluso con un sostanziale nulla di fatto: le posizioni dell’Unione Europea e della Gran Bretagna rimangono distanti su diversi punti sostanziali, a partire dal confine fra Irlanda del Nord (britannica) e Repubblica d’Irlanda (indipendente, parte dell’UE e dell’area euro). I nodi da sciogliere riguardano soprattutto le persone (circa un milione) e le merci che attraversano ogni giorno il confine irlandese, lungo circa 400 chilometri, che al momento non ha alcuna frontiera. I negoziatori europei propongono che l’Irlanda del Nord rimanga nel mercato comune europeo e nell’unione doganale, in modo da non dover ricostruire una frontiera al confine con la Repubblica d’Irlanda. Questo però imporrebbe la creazione di una dogana tra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito, soluzione ritenuta inaccettabile dal governo britannico, che vedrebbe sostanzialmente “spaccato” il suo territorio nazionale. Gli inglesi, dal canto loro, propongono una soluzione “tecnologica” di controlli morbidi sulle merci in arrivo e in partenza dalla UE, senza ricreare una vera e propria frontiera. Ma la UE la ritiene un’idea irrealizzabile.

L’incognita commerciale

Anche le future relazioni commerciali fra l’UE e il Regno Unito rimangono un’incognita, visto che finora nessuno Stato membro è mai uscito dall’Unione. Al netto della divergenza di vedute – e al di là delle dichiarazioni ufficiali – sembra comunque che tra le due parti ci siano la volontà di arrivare a un compromesso e la consapevolezza che l’unico modo per raggiungerlo sarà acconsentire ad ammorbidirsi su alcuni punti. Lato UK, il tema è stato al centro del dibattito al Congresso del Partito Laburista a Liverpool, dal 23 al 26 settembre: Jeremy Corbyn, leader del Partito, è messo sotto pressione da sindacati e attivisti di sinistra che vogliono un nuovo referendum su Brexit, potenzialmente in grado di rovesciare l’esito del primo. Per ora, il primo ministro Theresa May è inflessibile: non ci sarà un altro referendum. La stessa May deve vedersela con i membri del suo Partito: il 30 settembre si è aperto il Congresso Annuale del Partito Conservatore a Birmingham, l’ultimo prima di Brexit. Stando ai media britannici, il primo ministro rischia di essere sfiduciato in aprile, subito dopo il Brexit Day.

La lunga marcia fino a marzo

Archiviati i Congressi dei due Partiti, ecco una sintesi degli eventi che andrebbero monitorati da oggi al Brexit Day.

  • 18-19 ottobre 2018: summit UE a Bruxelles 

Questa data era considerata fino a qualche tempo fa come la più probabile per il raggiungimento di un accordo finale sui termini della Brexit. In realtà, ancora fresca di Congresso del suo Partito, May potrebbe ritenere prematuro scendere al compromesso che renderebbe possibile l’accordo. Il presidente del consiglio UE Donald Tusk ritiene comunque che il prossimo Consiglio UE sarà “il momento della verità” per Brexit e che i leader dell’UE decideranno in quell’occasione se ci sarà un’intesa, in particolare sulla frontiera irlandese, che giustifichi l’approvazione di un accordo in novembre.

  • Novembre: vertice straordinario UE

Un vertice UE straordinario è stato precauzionalmente indetto a novembre, con l’obiettivo di finalizzare il divorzio nel caso in cui la fase di stallo sull’Irlanda non dovesse risolversi al meeting di ottobre, o se le due parti avessero bisogno di più tempo per concordare un testo sulle future relazioni bilaterali.

  • 13-14 dicembre 2018: ultimo Consiglio UE dell’anno

Questa è l’ultima data utile per la firma di un accordo sul divorzio tra UK e UE. Il meeting avviene poco più di tre mesi prima del “Brexit Day”.

  • Gennaio/febbraio 2019: approvazione del Parlamento

In questo periodo, qualunque accordo sarà stato raggiunto dovrà passare al vaglio della House of Commons, che lo dovrà approvare per permetterne la conversione in legge.

  • Entro il 29 marzo 2019: ratifica

Anche il Parlamento UE deve approvare il testo in seduta plenaria.

  • 29 marzo: Brexit Day

La giornata sarà sicuramente ricordata nei libri di storia, ma è presto per dire se la transizione sarà graduale o se invece ci saranno grossi e repentini cambiamenti. Molto dipende dall’accordo che si riuscirà a trovare. Da questa data, inizierà un periodo di transizione di 21 mesi, che si concluderà nel dicembre del 2020.

Come sta l’economia britannica?

Dopo il referendum sulla Brexit l’economia britannica ha rallentato, ma i dati pubblicati attorno alla metà di settembre si sono rivelati migliori delle attese, soprattutto per quanto riguarda la crescita. L’ONS (Office for National Statistics) ha reso noto infatti che il PIL inglese è cresciuto a luglio dello 0,3% su base mensile, battendo lettura preliminare e attese, fissate rispettivamente su allo 0,2% e allo 0,1%. Su base annuale, il PIL è risultato in crescita dell’1,6% rispetto allo stesso periodo del 2017. Di seguito la variazione anno per anno, con i dati fino ad oggi disponibili.

Ma la Brexit si farà sentire sull’economia del Paese, con o senza accordo. Qualora la Gran Bretagna lasciasse l’Unione Europea senza un’intesa, l’economia inglese si contrarrà, avverte il Fondo Monetario Internazionale. Ma anche con un accordo il Paese si troverà in una situazione peggiore rispetto a quella attuale.

 

Le stime del Fondo Monetario

Nel dettaglio, per il Regno Unito il Fondo Monetario ha previsto una crescita di circa l’1,5% quest’anno e il prossimo se la Gran Bretagna dovesse riuscire a concludere un accordo di ampia portata, contro un ipotetico +1,75% se invece fosse rimasta nell’UE. Se non si riuscisse a concludere un accordo, l’impatto sulla situazione economica potrebbe essere molto peggiore, ha detto Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario Internazionale. “Voglio essere chiara: confrontando i possibili scenari successivi alla Brexit con le performance raggiungibili nel mercato unico, tutti gli esiti avranno costi per l’economia britannica e, in misura minore, anche per l’UE”, ha dichiarato. “Maggiori saranno gli impedimenti al libero commercio nella nuova relazione, tanto più sarà costosa la soluzione. Dovrebbe essere una cosa ovvia, ma a volte non sembra che lo sia”.

 

 

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