L’incontro di Doha non si è concluso come molti immaginavano. Poteva essere l’occasione per i principali produttori di petrolio (appartenenti e non all’OPEC) di siglare un compromesso sul congelamento della produzione e stabilizzare definitivamente il prezzo del petrolio. Ma non è stato così.

Cosa è successo?

Già qualche giorno prima del meeting alcuni elementi iniziavano a scricchiolare, in particolare i rapporti tra l’Arabia Saudita e l’Iran. Tutto era pronto, compresa una potenziale bozza di accordo, ma all’ultimo momento è stata proprio Teheran a cambiare le carte in tavola decidendo di non inviare la propria delegazione all’apertura dei lavori. E senza l’Iran al tavolo si era capito che l’incontro non avrebbe prodotto nulla di concreto. Infatti, l’Arabia Saudita aveva avvisato:“senza l’Iran al tavolo non ci sarà nessun accordo”.

E così è stato.

Per l’Iran congelare la produzione ai livelli di gennaio 2016, come prevede l’accordo, vorrebbe dire ridurre la produzione ai livelli pre-sanzioni e dissipare i benefici derivante dallo scongelamento dei rapporti con la diplomazia internazionale. Dal canto suo Teheran non ha la minima intenzione di autosanzionarsi attraverso una qualche forma di accordo (fonte Bloomberg), mentre l’Arabia Saudita non ha intenzione di concedere “gratuitamente” quote di mercato allo storico nemico.

La reazione dei mercati

Inevitabilmente i mercati non si sono fatti attendere. Il future sul Crude Oil - WTI è crollato del 6,8% salvo poi lievemente risalire la china nel corso della giornata. Le quotazioni sono scese al di sotto dei 40 dollari al barile e praticamente sono stati azzerati i guadagni realizzati nel mese di aprile.

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Diverse le posizioni degli analisti. Da un lato Goldman Sachs e Barclays ritengono che il prezzo dell’oro nero resterà volatile almeno fino alla seconda metà dell’anno, dall’altro Morgan Stanley ritiene che bisognerà attendere almeno fino al 2018 per un ribilanciamento della domanda e dell’offerta nel mercato del petrolio soprattutto se l’Arabia Saudita incrementerà la propria produzione a più di 11 milioni di barili al giorno (fonte Bloomberg).

Il calo dei prezzi di petrolio inizia a farsi sentire sui bilanci di tutto il Medio Oriente. Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti, sta mettendo a punto un emissione di titoli obbligazionari, l’ultima risale all’aprile del 2009 quando furono collocati un ammontare di 1,5 miliardi di dollari a dieci anni. L’emirato ha il terzo rating di Standard & Poor più alto al mondo (fonte Bloomberg).

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