Il 2018 si avvia verso la conclusione in un clima meno positivo rispetto a un anno fa. Rallentamento della crescita globale, incertezze sui termini della Brexit e tensioni nei rapporti tra Italia e Commissione UE sono tra le maggiori preoccupazioni che potrebbero avere un riverbero anche sul nuovo anno. Vediamo quali sono stati gli eventi che più hanno tenuto banco nel corso degli ultimi 12 mesi, influenzando l’umore degli investitori e le stime degli analisti.

Stati Uniti

  • Andamento economico ed elezioni di Midterm

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha superato il test delle elezioni di metà mandato a novembre, anche se ha perso il controllo di una parte del Congresso, con i Democratici che hanno conquistato la Camera (il Senato invece è rimasto sotto il controllo dei Repubblicani). Intanto, nel terzo trimestre, l’economia statunitense è cresciuta più lentamente rispetto al periodo precedente: il taglio delle tasse per 1.500 miliardi di dollari USA ha comunque consentito al Prodotto Interno Lordo di fare da luglio a settembre un ulteriore balzo del +3,5%.

  • Guerra commerciale

Il 2018 è stato scandito dalle continue schermaglie tra USA e Cina, impegnati in una vera e propria guerra commerciale a colpi di dazi. Tutto è partito dal presidente USA Donald Trump, che al motto di “Make America Great Again” ha messo nel mirino i principali partner commerciali: Cina, Canada, Messico, Germania e Corea del Sud.

Nel corso dell’anno, gli Stati Uniti hanno negoziato e infine siglato con Messico e Canada un nuovo accordo, l’USMCA, che ha sostituito il precedente NAFTA. Con la Cina, invece, la svolta è arrivata al G20 di Buenos Aires, tra fine novembre e primo dicembre, con l’incontro fra Trump e il presidente cinese Xi Jinping: i due hanno varato una tregua di 90 giorni, che di fatto congela l’escalation delle tariffe e sancisce la riapertura del negoziato, per quanto difficile.

Una notizia positiva per Pechino, che sta soffrendo le politiche dell’amministrazione Trump: il PIL cinese, seppure ancora in decisa crescita, ha registrato una leggera contrazione nel terzo trimestre rispetto a quello precedente (+6,5% contro il +6,7% dei tre mesi tra aprile e giugno). Ora l’attenzione di Trump potrebbe spostarsi sul Vecchio Continente: il presidente ha minacciato di imporre dazi sulle auto prodotte all’estero, in primis in Europa, anche alla luce dei tagli alla produzione e ai posti di lavoro annunciati a fine novembre da General Motors.

Europa

  • Italia e Legge di Bilancio

Nel Vecchio Continente, uno dei protagonisti dell’ultimo trimestre dell’anno è stata l’Italia dove, dopo le elezioni di marzo per il rinnovo delle due Camere e la nascita del nuovo Governo, il 4 ottobre è stata pubblicata la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, che ha gettato le basi per il Documento Programmatico di Bilancio inviato alla Commissione Europea il 15 ottobre.

Il testo prevede significativi scostamenti dalle regole del Patto di Stabilità e Crescita condiviso a livello UE, in particolare sul rapporto deficit/PIL, fissato per il 2019 al 2,4%. Le regole europee impongono un tetto del 3%, ma precisano che, nella determinazione del target sostenibile per ciascun Paese, ogni Governo deve tener conto del debito pubblico nazionale. E l’Italia ha un debito pubblico superiore al 130% del PIL.

Di conseguenza, la commissione UE ha segnalato che un rapporto deficit/PIL al 2,4% potrebbe compromettere la necessaria dinamica di riduzione del debito italiano. Il DPB è stato quindi respinto dopo un braccio di ferro in scia al quale la differenza di rendimento BTP-Bund è arrivata a superare sensibilmente i 300 punti base. A fine novembre, dopo il Consiglio Europeo, dal Governo italiano sono arrivati timidi segnali di apertura circa la possibilità di rivedere i numeri della prossima Legge di Bilancio, segnali che hanno contribuito a far ripiegare lo spread sotto i 300.

  • Brexit

Dopo un anno e mezzo di trattative, sul finire dell’anno si sono compiuti i primi significativi passi in avanti nella definizione dell’accordo su Brexit, a pochi mesi dall’uscita ufficiale del Regno Unito dall’UE, prevista per marzo 2019. Londra e Bruxelles hanno individuato una bozza di accordo, approvata dal governo UK – seppure con molte resistenze interne, che stanno creando seri problemi al primo ministro Theresa May – e dai capi di Stato e di governo europei. Lo scoglio resta l’ok da parte del Parlamento britannico, atteso per l’11 dicembre.

 

Mondo

  • G20

L’appuntamento annuale con il G20, come accennato, si è tenuto a Buenos Aires, in Argentina, il 30 novembre e il primo dicembre. I Grandi del mondo hanno raggiunto un’intesa su commercio e migranti, ma restano spaccati sul clima, con i Paesi firmatari dell’accordo di Parigi che confermano l’irreversibilità dell’impegno e gli USA che ribadiscono invece la loro contrarietà. Nel comunicato finale, al termine dei due giorni di summit, gli Stati membri hanno anche “preso nota dei problemi commerciali attuali”, ma si sono astenuti da ogni condanna del protezionismo, che ancora compariva al G20 di Amburgo dello scorso anno.

  • Petrolio

Sul fronte del petrolio si torna a parlare di possibili tagli alla produzione, dopo che, a partire da ottobre, i prezzi dell’oro nero sono tornati a scendere per via dell’eccesso di offerta. Da maggio Riad ha aumentato la produzione di 700 mila barili al giorno, Mosca ne ha aggiunti altri 440 mila e anche la produzione USA continua a salire.

L’avvio soft delle sanzioni USA contro l’Iran, poi, ha ulteriormente pesato sugli equilibri tra domanda e offerta: Washington ha concesso un’esenzione temporanea (di tre mesi, rinnovabili) a otto Paesi, che insieme assorbono l’80% dell’export iraniano. Secondo le prime anticipazioni, al vertice del 6 e 7 dicembre i Paesi OPEC, la Russia e altri alleati potrebbero sancire un taglio all’offerta di greggio di 1-1,4 milioni di barili al giorno.

  • Banche centrali

La Banca Centrale Europea ha dimezzato da gennaio l’ammontare dei suoi acquisti mensili di obbligazioni, da 60 a 30 miliardi di euro, e lo ha ridotto ulteriormente a 15 miliardi a partire dal primo ottobre, con l’obiettivo di arrivare a chiudere del tutto il programma di quantitative easing nel mese di dicembre.

In Gran Bretagna, il governatore della Bank of England Mark Carney ha accettato di estendere il suo mandato fino al gennaio 2020 per mantenere la stabilità del sistema finanziario britannico nel momento di avvio della Brexit. Carney avrebbe dovuto lasciare nel giugno 2019. Qui, l’anno si chiude con tassi fermi allo 0,75%.

Dall’altra parte dell’Oceano, la Fed ha proseguito nel suo piano di rialzo dei tassi di interesse: nel corso dell’anno ce ne sono stati tre fino a settembre, e ne è previsto un altro a dicembre. I segnali di rallentamento dell’economia globale, nonché le pressioni del presidente Trump, potrebbero indurre l’istituto a rivedere la sua tabella di marcia per il 2019, che attualmente contempla tre nuovi interventi di aumento: il presidente Jerome Powell – subentrato a Janet Yellen il 5 febbraio – ha concluso l’anno con toni più accomodanti rispetto a quelli ai quali aveva abituato il mercato.

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