La Fed ha mantenuto la sua parola ed ha alzato i tassi d’interesse senza turbare la tenuta dei mercati. Il Board della Fed ha deciso di alzare il target range di 25 punti base portandolo tra l’1,0% e l’1,25%. La decisione della  Banca Centrale era largamente attesa (le probabilità di rialzo dedotte dai futures sui Fed funds erano intorno al 95%) anche se gli ultimi dati economici peggiori del previsto avevano iniziato a mettere in dubbio le aspettative degli analisti.

Il messaggio della Fed, invece, è rassicurante: oltre ad aver confermato lo scenario di crescita del Pil per il biennio successo (la previsione per il 2017 è stata rivista al rialzo del +0,1%), il calo inaspettato dell’inflazione di maggio dovrebbe essere passeggero e non compromette in alcun modo il raggiungimento degli obiettivi di lungo termine della Banca Centrale che prevedono il raggiungimento del “massimo impiego” e un tasso d’inflazione stabile intorno al 2,0%. L’inflazione dovrebbe stabilizzarsi intorno al target di riferimenti nel corso del 2018 e 2019, e il tasso di disoccupazione rimanere intorno al 4,2%. 

Per questa ragione, le previsioni (mediane) del Board della Fed non sono cambiate e prevedono un ulteriore aumento dei tassi di 25 punti base entro fine anno e altri tre aumenti nel 2018 e nel 2019.  I tassi d’interesse di riferimento sono destinati a rimanere sotto la soglia del 3,0% ancora a lungo. 

La Fed ha deciso come ridurre il peso di bilancio

Tra gli aspetti più critici e dibattuti del processo di normalizzazione degli ultimi mesi ha riguardato il processo di riduzione del bilancio della Banca Centrale che ha dato poco toccato i 4.500mila miliardi di dollari. Da quando la Banca Centrale ha abbandonato il QE diversi membri del Board si sono interrogati sull’opportunità di mantenete un bilancio di queste dimensioni, il rischio (secondo loro) consiste nel far perdere credibilità all’istituto e disincentivare il governo a tenere sotto controllo il bilancio federale.

Per questa ragione, la Fed ha deciso di agire e di alleggerire il peso del proprio bilancio scegliendo di non reinvestire più il nozionale (anche se solo in parte) dei titoli obbligazionari comprati durante il QE una volta giunti a scadenza. Per rendere tale processo graduale, la Fed ha deciso di fissare delle soglie che crescono nel tempo e dipendono dal tipo di obbligazione che giunge a scadenza (a seconda che si tratti di titoli governativi o titoli legati alla cartolarizzazione di immobili). In questo caso le soglie fungono da tetto massimo di riduzione mensile; quando l’ammontare di titoli in scadenza supera tale soglia la banca centrale può reinvestite l’eccedenza.

Come abbiamo detto le mosse della Fed erano largamente attese: i rendimenti obbligazionari Usa non si sono praticamente mossi e il dollaro ha recuperato immediatamente la perdita iniziale. In questo clima, ribattezzato dal capo economista di Allianz, Mohamed El-Erian, con il nome di “The Beautiful Normalization”, la Fed potrebbe continuare a normalizzare la politica monetaria senza penalizzare eccessivamente la tenuta dei mercati.

 

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