Dopo che, in meno di due mesi, le quotazioni del petrolio sono passate dai massimi degli ultimi quattro anni a un calo a due cifre rispetto ai picchi del 2018, l’attenzione si è ancor di più concentrata sul 6 e 7 dicembre 2018. In questi due giorni si è svolta a Vienna la seconda riunione annuale dell’OPEC, l’Organizzazione che riunisce i Paesi esportatori di Africa, Medioriente e Sud America, alla quale hanno preso parte anche 10 Paesi produttori non OPEC, tra i quali la Russia. Ed è stata l’ultima riunione per il Qatar, che pochi giorni prima aveva annunciato il suo addio all’OPEC. Motivo? “Siamo un produttore di petrolio di dimensioni modeste e non abbiamo abbastanza peso. Abbiamo valutato tutti i pro e i contro e alla fine abbiamo capito che restare non ci avrebbe portato nessun beneficio e soprattutto non avrebbe avuto valore nella nostra strategia, che è quella di crescere nel gas”, ha spiegato il ministro dell’Energia Saad al-Kaabi. Il Qatar, quindi, non ha preso parte al momento centrale del meeting. Cosa si è deciso?

Tagli alla produzione da gennaio

Per far fronte al calo dei prezzi, i membri dell’Organizzazione e i loro alleati hanno varato un taglio della produzione superiore alle attese del mercato e pari a 1,2 milioni di barili al giorno, così ripartiti: 800 mila barili al giorno in carico ai Paesi OPEC e 400 mila per la Russia e gli altri partner. I tagli entreranno in vigore a gennaio. Mosca e gli altri nove Paesi non OPEC sembrano destinati a diventare sempre più decisivi sullo scacchiere mondiale del petrolio: il vertice si è infatti concluso con un’intesa di massima per convertire la coalizione oggi nota come OPEC Plus (che riunisce appunto i Paesi OPEC e non OPEC) in un organismo permanente. Come si è arrivati a questo scenario?

Ascesa e calo

Il taglio alla produzione di inizio dicembre ha fatto seguito a quello sancito a fine 2016  a causa, anche in quel caso, di una flessione delle quotazioni giudicata preoccupante dal cartello dei produttori e dai suoi alleati. Ecco cosa successe. Nell’estate del 2014, il petrolio, fino ad allora sopra i 100 dollari USA al barile, cominciò a scendere in reazione a uno scenario internazionale molto intricato, sul quale si stagliavano la proclamazione del Califfato islamico, la crisi in Yemen e la Seconda Guerra Civile in Libia. Non solo: nello stesso anno si restrinsero fortemente le prospettive di crescita degli Emergenti e, con esse, la potenziale fonte di domanda da essi rappresentata, a fronte di Paesi Sviluppati nei quali il petrolio è sì ancora la principale fonte energetica, ma con un mercato saturo e una domanda ferma o in calo. Nell’aprile del 2015, nonostante l’imminenza dell’accordo sul nucleare iraniano che avrebbe irrobustito l’offerta consentendo all’Iran di tornare a vendere la sua produzione, le quotazioni ripresero quota, ma in modo effimero: già in estate scesero nuovamente, fino a toccare i minimi di febbraio 2016. In questo quadro, maturò la decisione dell’OPEC e dei suoi alleati di tagliare l’output, cui seguì un recupero dei prezzi dell’oro nero.

Iran e oltre

Questo recupero è proseguito tra alti e bassi fino alla fine di settembre 2018, quando il Brent è tornato sugli 85 dollari USA al barile e il WTI ha superato i 74. A dare lo slancio è stata l’intenzione annunciata dagli Stati Uniti di abbandonare l’accordo sul nucleare iraniano, giudicato dall’amministrazione Trump “pessimo”, e di reintrodurre le sanzioni a carico del Paese. Fra queste, anche lo stop alle esportazioni di greggio. La prospettiva di una minore offerta, unita al crollo delle forniture dal Venezuela (Paese OPEC in conclamata crisi economica e finanziaria e a sua volta sottoposto a sanzioni), ha impresso una spinta importante al prezzo del petrolio. Ma la scelta dei Paesi produttori – OPEC e non – di compensare le mancate esportazioni iraniane ha finito col provocare un eccesso di offerta, che ha contribuito al successivo ripiegamento dei prezzi dopo il picco dei primi di ottobre.

 

Un eccesso di produzione

A ciò si è aggiunto il fatto che le sanzioni USA nei confronti dell’Iran – riattivate a tutti gli effetti il 5 novembre – alla fine si sono rivelate più lievi del previsto: a una decina di Paesi, fra i quali i giganti India e Cina, è stata concessa una deroga rispetto al divieto di acquistare petrolio da Teheran. Ciò ha contribuito all’eccesso di offerta, un fenomeno al quale non sono rimasti estranei né la Russia né gli Stati Uniti, entrambi ai massimi dell’output. Secondo l’ultimo bollettino mensile diffuso dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), a ottobre la produzione è salita di 2,6 milioni di barili al giorno rispetto a un anno prima.

E adesso?

Come detto, il vertice del 6 e 7 dicembre si è concluso con la decisione di un taglio alla produzione maggiore delle attese. Pur se con qualche eccezione resa necessaria dagli eventi: Teheran è stata esentata dal taglio proprio perché vittima delle sanzioni statunitensi; esenzione accordata anche al Venezuela e alla Libia, per le condizioni particolari (e particolarmente critiche) in cui entrambi i Paesi versano, seppure per motivi differenti. Il taglio avrà una durata iniziale di sei mesi. E poi? Poi si vedrà: OPEC Plus ha anticipato il prossimo vertice, che tradizionalmente si teneva a giugno, all’8 aprile, anche per capire quali saranno, nel frattempo, le contromosse dell’amministrazione Trump, fortemente contraria al taglio alla produzione che invece ha poi avuto luogo.

La partita, insomma, è più che mai aperta.

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