Le maggiori istituzioni pubbliche in campo economico, cioè la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europea sono state costrette a rivedere le stime di crescita per l’anno in corso.

Come mai?

Principalmente perché il rallentamento dei Paesi Emergenti, la volatilità dei mercati e il drastico calo del prezzo del petrolio hanno indebolito il recupero dell’economia globale.

Al momento lo scenario non cambia: nel 2016 l’economia mondiale dovrebbe comunque crescere più dell’anno scorso (anche se ad un ritmo inferiore alla media storica), ma ora la ripresa sembra meno robusta rispetto a quanto appariva ad agosto 2015.

Dal canto loro, i mercati finanziari si stanno adeguando al nuovo contesto. Ad inizio anno, la maggior parte degli operatori si aspettava che il dollaro USA si apprezzasse, ma non è stato così. Anzi: da inizio anno a inizio febbraio, il biglietto verde si è indebolito sia nei confronti dell’euro (-2,5%) sia nei confronti di un paniere più ampio di valute, l’indice Trade Weighted US Dollar (-2,7%).

Tra le ragioni che possono spiegare lo sgonfiamento del dollaro, c’è un cambiamento nelle attese del mercato sul ciclo di normalizzazione dei tassi d’interesse da parte della Banca Centrale USA.

A dicembre, quando la Fed decise di aumentate il costo del denaro per la prima volta dal 2008, il mercato si aspettava un graduale aumento dei tassi d’interesse, nell’ordine di circa 25 punti base a trimestre. Da allora lo scenario sembra cambiato. Infatti, stando alle quotazioni dei Futures sui Fed Funds, le probabilità implicite legate al prossimo aumento dei tassi d’interesse si sono drasticamente ridotte.

Nel mese di dicembre 2015, le quotazioni dei Futures attribuivano una probabilità superiore al 50% che la Banca centrale USA decidesse di aumentare i tassi d’interesse di 25 altri punti base già nella riunione di marzo, dopo il primo rialzo annunciato il 16 dicembre. Ad oggi, la stessa probabilità è scesa al 10%, mentre la probabilità che la Fed aumenti i tassi nella riunione di giugno è al 23%.

Insomma, per il mercato la Fed ha deciso di allungare i tempi del processo di normalizzazione monetaria ed è poco probabile che aumenteràitassi d’interesse nella prossima riunione di marzo. 

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