Li chiamano Megatrend: sono quei mutamenti così profondi e così dirompenti da segnare non solo un’epoca, ma l’evoluzione futura di un’intera comunità, per non dire di tutta l’umanità. Pensate alla stampa a caratteri mobili, nel 15esimo secolo, a opera di Gutenberg, o alla scoperta della penicillina, negli anni Trenta del Novecento. Cambiamenti profondi e dirompenti, appunto, che hanno riguardato la tecnologia e la scienza, e che a cascata si sono riverberati sulla società, l’economia e l’ambiente, generando altri Megatrend.

Tutto ruota intorno ai Megatrend

Non ci dilunghiamo oltre sull’argomento,  abbiamo già parlato dei Megatrend. Ma perché siamo partiti da qui? Perché è ad un’importante novità, che si innesta in pieno nel Megatrend tecnologico, che dedichiamo questo approfondimento informativo. Una novità destinata – per i motivi che vedremo a breve – ad avere un impatto sui portafogli azionari. Andiamo al punto: a fine settembre sono entrate in vigore le già annunciate modifiche al Global Industry Classification Standard, uno standard di classificazione creato nel 1999 da S&P e MSCI – i due colossi specializzati, fra l’altro, nella creazione di indici di Borsa – e utilizzato appunto per la costruzione dei loro indici. Un cambio di passo che ha coinvolto anche l’S&P 500, il paniere delle 500 società statunitensi a maggiore capitalizzazione,.

Di cosa stiamo parlando, esattamente?

Quasi vent’anni fa, nel 1999 appunto, MSCI e S&P svilupparono uno standard di classificazione, chiamato Global Industry Classification Standard (in sintesi, GICS), con l’obiettivo di stabilire un criterio condiviso a livello mondiale per la classificazione settoriale delle industrie e consentire così una maggiore comparabilità tra le ricerche e le analisi svolte nelle diverse aree del mondo. Suddivisero quindi l’ampio e variegato panorama delle aziende quotate in una serie di settori – energia, beni di consumo, telecomunicazioni e via dicendo – a loro volta suddivisi in sezioni e sottosezioni. Alla luce della portentosa evoluzione tecnologica in atto, però, vent’anni rappresentano un periodo di tempo più che consistente e un aggiornamento di questo standard di classificazione (e quindi dei relativi settori) era quanto mai necessario e opportuno. E allora?

Un nuovo settore ha sostituito le TLC

A fine settembre il settore delle telecomunicazioni (TLC) è andato in pensione per essere sostituito da uno nuovo: quello dei servizi di comunicazione. L’S&P 500, in quanto indice creato da S&P, ha recepito questo cambiamento e ha sostituito le vecchie TLC con i nuovissimi communication services, dove sono confluite 26 aziende quotate. Fra queste, Alphabet (società cui fa capo Google), AT&T, Comcast, Discovery, Facebook, Netflix, News Corp., Twitter, TripAdvisor, Twenty-First Century Fox e The Walt Disney Company.

I pesi sull’S&P 500 sono cambiati

La questione non si limita alla sostituzione di un vecchio settore con uno nuovo: con i nuovi criteri di classificazione sono cambiati anche i pesi sull’S&P 500. Quello dei servizi di comunicazione si posiziona al 10,2%, mentre il tecnologico è calato dal 25,6% al 20,1%, dato che molte “big” si sono trasferite sul nuovo comparto. Poi ci sono i beni di consumo discrezionali, che includono Amazon, il cui peso si è ridotto dal 13% circa al 10%. Nel grafico seguente non mostriamo gli altri otto settori, che sono rimasti invariati: beni durevoli (6,9%), energetico (6,2%), finanziario (14,1%), healthcare (14,5%), industriale (9,9%), materiali (2,6%), immobiliare (2,8%) e utilities (2,9%).

Da “difensivo” a “ciclico”

Un cambiamento che può sembrare esclusivamente formale, ma che in realtà è anche molto di sostanza. Se, come evidenzia MSCI, il settore precedentemente esistente – quello delle telecomunicazioni, appunto – poteva considerarsi “difensivo” perché rispetto ad altri era meno correlato con l’andamento del ciclo economico e come tale meno sensibile alle fasi di rallentamento o recessione, il nuovo settore dei servizi di comunicazione è un “ciclico” a tutti gli effetti. Questo perché i risultati conseguiti dalle società che ne fanno parte risentono in maniera nettamente più diretta della particolare fase del ciclo economico.

Dal “Valore” alla “Crescita”

Anche per chi investe in azioni seguendo criteri “fattoriali”, più attenti cioè a quei fattori che vanno oltre la capitalizzazione di mercato, il passaggio non è di secondaria importanza: se infatti le telecomunicazioni erano “Value” – quindi interessanti per chi voleva puntare sul “Valore”, considerati i loro buoni fondamentali di bilancio – il settore dei servizi di comunicazione è un “Growth”, visto che le società che vi hanno trovato dimora godono di elevate prospettive di crescita. Basti pensare che gli utili per azione sono attesi in crescita del 16% medio nei prossimi cinque anni, ben oltre il +4% atteso dall’S&P 500, e a fronte di un +26% negli ultimi tre anni, rispetto al +11,3% dell’indice principale.

In conclusione: cosa significa per chi investe?

Trattandosi di un riposizionamento settoriale, quel che possiamo consigliare a chi ha investito in azioni ex TLC quotate sull’S&P 500 è di fare un controllo – magari con l’ausilio del consulente finanziario di fiducia – sul portafoglio per sincerarsi che l’allocazione sia ancora in linea con i propri obiettivi di investimento. Fermo restando che l’evoluzione, anche dei mercati, sicuramente non finisce qui.

AdviseOnly