Mancano tre mesi – giorno più, giorno meno – alla fine del Quantitative Easing della Banca Centrale Europea, che ne ha fissato la conclusione al 31 dicembre. Ci sarà comunque una fase intermedia: da ottobre a dicembre, infatti, gli acquisti mensili di titoli da parte della BCE proseguiranno seppure in quantità inferiore, non più 30 ma 15 miliardi. Poi a gennaio, se i dati macroeconomici – in primis l’inflazione – collimeranno con le aspettative dell’autorità monetaria di Francoforte, passeranno da 15 miliardi a zero. Tuttavia, la Banca Centrale Europea non volterà le spalle al mercato e reinvestirà gli incassi del rimborso dei titoli acquistati “per un prolungato periodo di tempo dopo la conclusione degli acquisti netti di attività” e in ogni caso finché sarà necessario per mantenere condizioni di liquidità favorevoli e un ampio grado di accomodamento monetario. Come siamo arrivati a questo punto? E soprattutto, a quali sfide l’Eurotower dovrà far fronte da adesso in avanti?

“Whatever it takes”: breve storia del Quantitative Easing

Era il 26 luglio 2012 quando il presidente della BCE Mario Draghi, a Londra, disse che avrebbe fatto tutto quanto necessario – “whatever it takes” – per salvare l’unione monetaria. Una dichiarazione alla quale nel 2015 fece seguito il Quantitative Easing. Di cosa si tratta? Lo ricordiamo brevemente. Il 22 gennaio 2015, il consiglio direttivo della Banca Centrale Europea prese tre decisioni:

  1. lanciare un piano di acquisto di titoli finanziari – l’APP, in gergo noto come quantitative easing – denominati in euro ed emessi da istituzioni e governi europei, per 60 miliardi di euro al mese (scesi a 30 nel gennaio 2018);
  2. concedere in prestito alle banche denaro a medio-lungo termine a tassi agevolati, a condizione che le banche li usassero per finanziare imprese e famiglie (il cosiddetto Targeted Long Term Refinacing Operation, in sintesi TLTRO);
  3. mantenere il tasso d’interesse di riferimento al minimo storico dello 0,05%.

Cosa prevedeva il quantitative easing lanciato dalla BCE? Come accennato, la banca centrale dell’area dell’euro si impegnò a comprare 60 miliardi di euro di titoli obbligazionari corporate, di Stato, Asset Backed Securites (ABS) o covered bond. Gli acquisti mensili iniziarono nel marzo 2015 e in questi anni hanno effettivamente dato sostegno all’economia e ai mercati, rendendo possibile la tenuta dell’euro. Tanto che sempre più insistentemente ci si chiede cosa ne sarà di quell’unione monetaria così strenuamente difesa da Draghi a partire dal 2019, fra fine del Quantitative Easing, Brexit e conclusione del mandato del presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker (oltre che del numero uno del Consiglio Europeo Donald Tusk), il cui successore sarà stabilito dal Parlamento UE. Un punto chiave, questo: la composizione del Parlamento Europeo potrebbe infatti cambiare in modo anche molto radicale a maggio, con le elezioni per il rinnovo dei suoi membri e le forze nazionaliste e sovraniste che attualmente appaiono in una posizione di forza, a discapito della moneta unica e dell’intero progetto europeo.

Le prossime sfide: Draghi prepara il “dopo Draghi”

Il prossimo sarà un anno campale, quindi, nel corso del quale peraltro il mandato di Draghi alla presidenza della BCE arriverà a scadenza. Ecco i prossimi appuntamenti in agenda.

  • Ottobre 2018: gli acquisti mensili si ridurranno da 30 a 15 miliardi al mese;
  • Dicembre 2018: giungerà a conclusione l’Asset Purchase Programme (APP), il programma di acquisto di attività, in altre parole il QE;
  • Maggio 2019: terminerà il mandato di Peter Praet come capo economista della BCE (un alleato di Draghi nell’approccio accomodante alla politica monetaria);
  • Settembre 2019: atteso il primo aumento dei tassi di interesse del post QE;
  • Ottobre 2019: terminerà il mandato di Mario Draghi alla presidenza della BCE;
  • Dicembre 2019: terminerà il mandato presso la BCE di Benoit Coeuré (più falco che colomba), oggi alla guida delle operazioni di mercato.

L’attuale numero uno dell’Eurotower dovrebbe riuscire, prima dell’ottobre 2019, a effettuare un solo rialzo dei tassi di interesse al massimo, secondo quanto si aspettano gli economisti interpellati da Bloomberg. Le persistenti tensioni commerciali, che cominciano a far sentire i loro effetti sull’economia del Vecchio Continente, e i rischi legati alla politica di bilancio italiana tra debito pubblico monstre e tentazioni di sforamento del tetto del 3% imposto dall’UE nel rapporto deficit/PIL lo convinceranno verosimilmente a rimanere nel solco della prudenza. D’altra parte, al momento la situazione non sembra reclamare con urgenza un incremento del costo del denaro e una politica più restrittiva: l’economia dell’Eurozona cresce meno rispetto a qualche mese fa e le pressioni inflazionistiche sono ancora ridotte. Un quadro nel quale la maggioranza degli economisti interpellati da Bloomberg prevede che la BCE continuerà a rinnovare il debito in scadenza per due o tre anni, dopo la fine del QE.

La successione alla guida della BCE

Altra sfida, che solo all’apparenza è confinata nelle stanze dell’Eurotower ma che in realtà ci riguarda tutti, è la successione a Draghi. Fino a non molto tempo fa, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann sembrava il favorito, mentre oggi la partita è di fatto apertissima. La tradizione suggerirebbe un’alternanza tra Nord e Sud Europa e questo preoccupa: il timore è che un candidato espressione dell’inflessibile e rigoroso Nord (come Weidmann, per intenderci) possa rivelarsi meno “umano” di fronte alle difficoltà delle aree periferiche – un “club” di cui l’Italia fa parte – e assai meno sensibile al richiamo del “Whatever it takes”.

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