Agosto, tempo di vacanze. Nell’attesa di capire quando assisteremo al tipico riemergere estivo della volatilità – che con il calo dei volumi in questo mese si riprende sempre un po’ la scena – ripercorriamo le principali tappe del 2018 fino ad oggi. L’anno è iniziato sulle stesse note del 2017: borse in crescitavolatilità ai minimi, quasi noioso l’obbligazionario. Poi, a febbraio, il cambio di passo con la correzione azionaria e il ritorno della volatilità.

Il segnale è stato molto chiaro: la ricreazione è finita, complici gli appuntamenti elettorali nel mondo e le banche centrali che hanno annunciato – e in alcuni casi già avviato – il rialzo dei tassi e il ritiro delle misure straordinarie a sostegno del sistema creditizio e dell’economia. Poi c’è tutto il tema del braccio di ferro commerciale tra Stati Uniti e resto del mondo, che comunque per ora non ha avuto importanti ripercussioni sul tessuto economico.

Ma dicevamo delle elezioni. In Italia, dopo il voto del 4 marzo, le trattative per formare il nuovo governo hanno toccato il punto di maggiore tensione a fine maggio, quando il delicato scenario politico del nostro Paese ha fatto schizzare lo spread BTp – Bund oltre i 300 punti base (a inizio anno era sui 163 e i primi di maggio sui 121), scuotendo l’Area Euro. Area che nel frattempo ha riabilitato la Grecia, prossima al ritorno sui mercati.

In questi mesi sono tornati di assoluta attualità gli interrogativi sulla Brexit. Il governo del primo ministro Theresa May ha diffuso il Libro Bianco contenente i punti dell’uscita che l’esecutivo vorrebbe realizzare: una Brexit “soft”, che però non convince l’UE e non piace ai “Brexiteer”più rigorosi, tant’è che il segretario di Stato per l’uscita dall’Unione Europea David Davis e Boris Johnson, capo per gli Affari Esteri e del Commonwealth, si sono dimessi. Il “divorzio” è in calendario a marzo ed entro ottobre bisogna arrivare a un accordo, ma per ora è nebbia fitta. In questa cornice, come sono andati i mercati?

I DAZI NON PENALIZZANO I LISTINI (PER ORA)

Il presidente USA Donald Trump batte molto sui dazi perché vuole riequilibrare la bilancia commerciale verso le altre aree economiche, specialmente la Cina. I listini azionari del gigante asiatico hanno un po’ pagato questo clima: l’Hang Seng di Hong Kong ha chiuso i sette mesi con un -6,3% (in Euro). Malgrado tutto, l’attività economica del Dragone appare in salute, spinta anche dai consumi interni. La Banca Popolare Cinese non ha fatto mancare il suo contributo: il 23 luglio ha immesso nuova liquidità nel sistema bancario per mezzo trilione di yuan (circa 74 miliardi di dollari), nel solco di altre operazioni simili messe in atto negli ultimi mesi.

I contraccolpi della guerra commerciale per ora non hanno intaccato l’economia statunitense (il PIL nel secondo trimestre è salito del 4,1%) né le performance degli indici americani: da inizio anno ai primi di agosto, il Nasdaq ha registrato un +13,5% e l’S&P 500 è salito del 7,7%. Se gli USA sono in forma, l’Europa in questi mesi ha mostrato segnali di rallentamento in tutti i suoi principali indicatori macroeconomici (per esempio, i PMI): l’Eurostoxx 50, l’indice azionario delle principali aziende dell’Eurozona, nei sette mesi ha riportato un -0,2%, appena sotto la parità. Il Dax tedesco, principale indice azionario della “locomotiva d’Europa”, ha perso il 2,3%, a conferma della frenata rilevata dagli ultimi dati di IFO e ZEW. Se la Germania piange, l’Italia non ride: l’indice principale di Piazza Affari, il Ftse MIB, è sceso dell’1,1% rispetto a inizio 2018.

MESI DI RIALZI PER I TECNOLOGICI E L’ENERGIA

Quanto ai settori, in questi sette mesi del 2018 il tecnologico si è confermato il più brillante, con un +9,2% dall’inizio dell’anno, difendendo le sue posizioni nonostante i cali di fine luglio di Twitter e soprattutto di Facebook: pur con trimestrali apprezzabili, i due colossi dei social hanno pagato lo scotto delle nuove e più severe norme sulla privacy. Facebook, in particolare, vede al momento il numero dei suoi utenti attivi stabile in Nord America ma in calo in Europa. Al secondo posto il comparto energetico, in scia al rialzo dei prezzi del petrolio che si è consumato dopo che l’Organizzazione dei Paesi Esportatori (OPEC) ha tagliato e tenuto bassa per oltre un anno la produzione, aumentata poi al vertice di fine giugno a Vienna. I settori più esposti alle materie prime sulle quali sono scattate le tariffe commerciali – alluminio e acciaio in primis – hanno un po’ pagato gli effetti dei dazi.

L’INDEBOLIMENTO DELLA MONETA UNICA

La forma smagliante del mercato americano e la debolezza economica e le tensioni politiche nei vari Paesi dell’Area Euro (da segnalare anche la crisi di governo in Spagna) si sono fatte sentire sul cambio tra dollaro USA ed euro: la nostra divisa è scivolata sugli 1,16 dollari, lontana dagli 1,25 di inizio anno. Va detto che dalla primavera la nostra moneta unica si è indebolita nel cambio con tutte le principali valute. Il dollaro invece appare rafforzato e per converso le valute emergenti finora hanno patito un po’: parte del debito dei rispettivi Paesi è espresso anche in dollari USA e un apprezzamento del biglietto verde implica costi maggiori a carico dei governi di queste aree.

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