Abbiamo parlato di CSR, ESG e SRI. Riprendiamo alcuni di questi concetti e facciamo un passo oltre: approfondiamo, cioè, due strategie di investimento sostenibile, quella dell’esclusione e l’impact investing. In tutto questo, ci farà da Cicerone ancora una volta il Forum per la Finanza Sostenibile, associazione no-profit di cui fanno parte operatori del mondo finanziario e altri soggetti interessati dagli effetti ambientali e sociali dell’attività̀ finanziaria.

A tal proposito, ricordiamo che, secondo la definizione elaborata nel 2013 proprio dai soci del Forum per la Finanza Sostenibile, l’investimento sostenibile e responsabile è quello che “mira a creare valore per l’investitore e per la società nel suo complesso attraverso una strategia di investimento orientata al medio-lungo periodo che, nella valutazione di imprese e istituzioni, integra l’analisi finanziaria con quella ambientale, sociale e di buon governo (ESG)”.

Breve guida ai criteri di esclusione

Tutto ciò premesso, veniamo alle due strategie di investimento sostenibile, cominciato da quella che procede per esclusione. Come suggerisce il nome, questo approccio prevede l’esclusione esplicita di alcuni emittenti, settori o Paesi dall’universo investibile, ossia dall’ideale recinto dentro al quale sono racchiusi tutti gli emittenti, i settori e i Paesi sui quali invece c’è semaforo verde. Tale esclusione avviene in base a determinati principi e valori, ispirandosi ai quali il segnale di stop scatta per esempio per armi, pornografia, tabacco e per i test sugli animali.

La lista nera si è allungata negli ultimi anni in risposta ai problemi e alle tensioni sociali e ambientali connessi al cambiamento climatico in corso: sempre più diffuse sono infatti le esclusioni che prendono di mira società attive nel comparto dell’energia da combustibili fossili o che producono una quantità ritenuta eccessiva di emissioni inquinanti. Il Forum per la Finanza Sostenibile, nel suo manuale sull’impact investing, segnala per esempio l’iniziativa Divest-Invest, che prevede per l’appunto la dismissione degli investimenti (Divest) da tutto ciò che è legato ai combustibili fossili e a un impatto ambientale negativo e l’investimento (Invest) in attività che invece hanno un basso impatto e fanno leva sulle fonti energetiche rinnovabili e pulite.

L’iniziativa è nata nel 2011 sulla spinta della campagna promossa da alcuni studenti universitari negli Stati Uniti: la richiesta avanzata ai loro campus consisteva nel rinunciare a investire in attività che implicassero importanti emissioni di anidride carbonica.

L’abc dell’investimento a impatto

E veniamo alla seconda strategia. Secondo la definizione del Global Impact Investing Network (GIIN) – organizzazione di riferimento a livello internazionale – l’impact investing, detto anche “investimento a impatto”, è quell’investimento in imprese, organizzazioni e fondi che hanno l’obiettivo di produrre un impatto sociale e ambientale misurabile, oltre che un ritorno economico per gli investitori.

Le caratteristiche di questa strategia di investimento sono sostanzialmente quattro: la prima sta nell’intenzionalità dell’investitore, che deve voler generare un impatto positivo sul piano sociale e ambientale; la seconda è il rendimento finanziario atteso, che deve prevedere almeno il rientro del capitale investito; terza, l’eterogeneità dei rendimenti, che possono essere inferiori o in linea con quelli di mercato, e delle classi di attivo; ultima, ma non per importanza, la misurabilità dell’impatto sociale e ambientale, seppure con metodi differenti, e la rendicontazione degli impatti generati tramite la pubblicazione di una reportistica dedicata, che va a costituire il cosiddetto “report d’impatto”.

Socialmente sostenibile e non: un confronto

Si tratta di un tipo di analisi che non lascia indietro quella più tradizionale, la quale si concentra sui ricavi e sugli utili che l’azienda è in grado di conseguire e sui costi che deve sostenere. Le due analisi, in realtà, procedono di pari passo. E ciò non penalizza la performance, come possiamo notare mettendo a confronto l’indice mondiale MSCI World con ilsuo omologo sostenibile MSCI World ESG Leaders Index, dentro il quale sono presentile società con il miglior “pedigree” ambientale, sociale e di governance di ogni settore del paniere globale. Insomma, si vede bene come optare per la sostenibilità e la responsabilità sociale e aziendale non voglia affatto dire rinunciare al rendimento. Confrontando l’indice rappresentativo del settore con uno inerente all’azionario globale, i risultati raggiunti evidenziano quanto sopra affermato: performance complessiva del 63% per l’indice ESG, contro il 65% dell’indice mondiale, equivalente di un rendimento medio annuo del 6,3% e del 6%. Punto di forza dell’indice ESG rimane tuttavia la minor volatilità, e quindi la minor “variabilità” dei movimenti dell’indice. Questa infatti si attesta al 13% annuo, contro il 18% dell’MSCI World. Un risultato che evidenzia come investire responsabilmente ha dato buoni risultati sia sotto il profilo del rischio sia sotto quello del rendimento.

AdviseOnly