Da alcuni mesi a questa parte il calo del prezzo del petrolio ha messo in difficoltà diverse aziende americane legate al ciclo di estrazione e distribuzione del petrolio e del gas di scisto, costringendo gli investitori a rivalutare il rischio di credito sull'intero settore energetico.

Anche se il calo del prezzo del petrolio ha storicamente e nell'immaginario collettivo un impatto positivo sull'economia, la realtà questa volta è diversa.

Il sensibile calo del prezzo del petrolio al quale abbiamo assistito ha infatti un duplice effetto sui bilanci aziendali: da un lato riduce i margini di profitto, dall'altro indebolisce la posizione finanziaria delle aziende, che spesso usano le scorte di magazzino come collaterale (cioè garanzia) per finanziarsi.

Nell'ultimo mese, il prezzo del petrolio è tornato a salire (WTI +33%, periodo 11/2-10/3, fonte Bloomberg), fornendo così una boccata d’ossigeno alle aziende legate al settore energetico. Ma è ancora presto per cantare vittoria. Secondo, le quotazioni dei contratti futures sul West Texas Intermediate (WTI), il prezzo del petrolio sembra destinato a rimanere sotto la soglia dei 50 dollari ancora a lungo.

Rispetto a marzo 2015, le quotazioni dei futures con scadenza fine 2016 sono pero calate del 40%, e rispetto a settembre 2015 sono scese del 17%. Al 10 marzo 2016, la previsione implicita nelle quotazioni dei futures (si veda il grafico) per il prezzo del petrolio è che dovrebbe continuare a crescere gradualmente, salendo dagli attuali 38,6 dollari al barile a 43,3 dollari per fine 2016.

Nell’ultimo bollettino[1], l’Agenzia Internazionale sull’Energia, ha confermato che nel mese di febbraio la produzione di greggio ha iniziato a scendere (di circa 180mila barili al giorno), per via di qualche interruzione nella produzione di petrolio (in Nigeria, Iraq e Arabia Saudita) e per l’apporto dell’Iran, meno dirompente del previsto. Da qui a fine anno, l’eccesso di offerta di petrolio dovrebbe ridursi, creando i presupposti per un ulteriore incremento dei prezzi. Tuttavia, visto l’alone d’incertezza che grava sulla domanda aggregata, è prematuro pensare che i minimi di febbraio siano un lontano ricordo. La pressione sui titoli energetici potrebbe quindi continuare per tutto l’anno.

 

[1] https://www.iea.org/oilmarketreport/omrpublic/

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