Sedici mesi di Brexit

È oramai passato quasi un anno e mezzo da quando l’esito del referendum ha sancito la vittoria del fronte pro-Brexit. Lo scorso 29 marzo l’intero processo ha preso ufficialmente il via, con la richiesta della Premier Theresa May di attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona: dal mese di giugno sono quindi cominciando le negoziazioni della prima fase della Brexit, a cui ha fatto seguito, lo scorso 12 settembre, l’approvazione  del Great Repeal Bill che ha revocato la superiorità della legge europea su quella britannica.

Il processo è quindi avviato, ma a che punto sono i negoziati?

La scorsa settimana il Parlamento Europeo ha emanato questa comunicazione ufficiale: “Il Parlamento è del parere che nel quarto ciclo di negoziati non si siano ancora compiuti progressi sufficienti per quanto riguarda i diritti dei cittadini, l’Irlanda e l’Irlanda del Nord e la liquidazione degli obblighi finanziari del Regno Unito”. Senza giri di parole quindi, anche il quarto round negoziale tra Bruxelles e Londra si è chiuso con un nulla di fatto.

Poche certezze e molti dubbi

Le dichiarazioni di entrambe le parti non lasciano presagire un esito positivo dal quinto (e ultimo) round negoziale della prima fase,ora in corso. Infatti, sia la Premier britannica Theresa May, sia il portavoce della Commissione Europea, Margaritis Schinas, hanno dichiarato che “non è ancora stata trovata una soluzione”, rimbalzandosi reciprocamente le responsabilità su chi deve effettuare la prima mossa.

Questa nube di incertezza politica non sembra pronta a dissolversi. Dal fronte europeo, sia il Presidente della Commissione, Jean-Claude Junker, sia il Commissario europeo per la Brexit, Michel Barnier, hanno mostrato un certo scetticismo relativo alla conclusione della prima fase di negoziazioni. L’avvio della seconda fase della Brexit, riguardante i rapporti post-separazione tra UE e Regno Unito, prevista inizialmente per novembre, sembra quindi destinata a slittare. La distanza politica da colmare tra le due sponde del canale della Manica è ancora grande; uno dei punti più critici riguarda il saldo da versare all’Unione: 20 miliardi l’offerta britannica, 60 miliardi la richiesta dell’Europa.

Inoltre, ad incupire un quadro già di per sé poco sereno, stanno emergendo dal fronte politico interno al Regno Unito nuovi segnali di spaccature. Infatti, l’inatteso esito delle elezioni dello scorso giugno, ha indebolito la figura della Premier, alle prese con crescente sfiducia e dissenso. L’ultimo episodio risale alla scorsa settimana quando, in occasione del congresso annuale del Partito Conservatore, è emerso uno scetticismo generalizzato nei confronti della May anche tra i membri del suo stesso partito.

Un’ incertezza che non piace neanche ai mercati finanziari

Anche sui mercati finanziari crescono le perplessità in merito all’andamento dei negoziati e alla tenuta del Governo May. Il recente downgrade del rating del Regno Unito da parte dell’agenzia di rating Moody’s da Aa1 ad Aa2 è un segnale fin troppo chiaro. Se a livello macroeconomico è ancora relativamente presto per valutare gli effetti della Brexit, sul mercato valutario che per sua natura è più reattivo e variabile, gli effetti sono già evidenti. La scorsa settimana la sterlina ha infatti messo a segno la peggior performance settimanale dell’ultimo anno contro il dollaro USA, perdendo il 2,5%.

Un altro forte segnale di tensione sulla sterlina si ricava dall’osservazione del rapporto tra il costo delle opzioni Call e Put, della durata di un mese, sulla sterlina.

Le opzioni permettono di fissare in anticipo il prezzo del bene che si sta acquistando o vendendo (in questo caso la sterlina inglese) e, data la loro natura, sono in grado di misurare il polso del mercato fornendo importanti informazioni sulle aspettative del prezzo futuro.

Il grafico mostra chiaramente il crollo del valore delle opzioni di acquisto, quindi come il mercato non stia scommettendo su un rialzo imminente del valore della sterlina. Non un buon segno per la moneta del Regno Unito.

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