Il 2016 non è iniziato nel migliore dei modi.

L’intensità e la frequenza dei cali di mercato di questi giorni rievoca inevitabilmente le brutte giornate del 2011, quando scoppiò la crisi della zona euro. Questa volta, però, sotto pressione non ci sono più i Paesi Periferici euroepei (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia) bensì il Paese che pesa da solo per il 17% del PIL mondiale: la Cina.

Per alcuni analisti, il mercato è entrato in una fase prolungata di ribassi (Bear market) che segnerà le performance dei portafogli per tutto l’anno.

Ma ci sono altri rischi a cui guardare, al di là del Paese del Dragone. Il 2016 infatti, si presenta come l’anno della grande divergenza nelle politiche economiche tra la Fed ed il resto delle banche Centrali, mentre i Paesi Emergenti devono dimostrare di poter crescere anche con il petrolio a 30 dollari al barile.

Passiamo allora in rassegna tutti i rischi da tenere a mente per il 2016, classificandoli per probabilità di realizzo e impatto sui mercati (l’analisi è qualitativa). 

La Fed sbaglia la comunicazione e agita il mercato

A dicembre, la Fed ha rotto gli indugi e ha aumentato i tassi d’interesse per la prima volta dopo 7 anni. 
Il processo di normalizzazione dei tassi d’interesse dovrebbe essere graduale, in modo da non compromettere la tenuta del mercato obbligazionario. In seguito alle turbolenza in Cina, le attese sul prossimo aumento dei tassi stanno slittando in avanti. Fino ad oggi,  la Fed è riuscita ad impedire una brusca reazione del mercato in seguito al primo rialzo ma, se in futuro non riuscisse più a tenere sotto controllo le aspettative degli investitori, la risposta potrebbe essere più violenta e ripercuotersi sui mercati obbligazionari internazionali e quindi sui portafogli degli investitori.

Il prezzo del petrolio vola a 100 dollari

Il mercato del greggio si trova in una condizione di eccesso di offerta garantita dalla decisione dell’Opec di aumentare la produzione del greggio e dall’arrivo sul mercato della produzione iraniana. Tuttavia, il contesto geopolitico potrebbe far cambiare idea all’Opec e adeguare la produzione alla debole domanda aggregata, facendo risalire il prezzo del greggio. Storicamente, in seguito a un forte aumento del prezzo del petrolio si verifica una recessione globale (mentre, come si può immaginare, ad un crollo dei prezzi del petrolio segue di solito un’accelerazione della crescita economica).

La crisi senza fine dei Paesi Emergenti

I Paesi Emergenti sono alle prese con una fase di aggiustamento delle proprie economie colpite dal considerevole calo del prezzo del petrolio e dai contraccolpi dell’apprezzamento del dollaro che penalizza i Paesi più indebitati. La Cina, che pesa il 17% del Pil mondiale, è destinata a veder rallentare la sua crescita e, secondo il Fondo Monetario Internazionale, sia la Russia che il Brasile saranno in recessione nel 2016. 
Negli ultimi 4 mesi i dati economici dei Paesi Emergenti stanno deludendo le attese e, siccome 2/3 della crescita mondiale sono da attribuire proprio a questi Paesi, un'eventuale decelerazione più forte del previsto potrebbe minare la crescita e la stabilità finanziaria a livello globale.

Terrorismo e conflitti geopolitici. 

La piaga del terrorismo sta riscrivendo i rapporti di politica interna ed estera dell’intera Unione Europea. Il clima di tensione tra la Russia e la Turchia, tra l’Iran e l’Arabia Saudita e l’irrisolta questione libica stanno ridefinendo l’intera rete di relazioni tra i Paesi del Medio Oriente. La regione rimane un focolaio di rischio geopolitico da non sottovalutare, anche se fino a questo momento le tensioni esistenti non hanno avuto grandi ripercussioni sui mercati finanziari. 
 

Il default di società energetiche

Il crollo del prezzo del petrolio ha dato il via ad una fase di stress per tutto il comparto energetico. Nell’ultimo anno le società energetiche hanno cercato di limitare i danni riducendo i costi e tagliando gli ingenti piani d’investimento. Tuttavia, il mercato continua ad essere prudente su questo settore: il rischio di default dedotto dai credit default swap (dati di fonte Bloomberg) rimane circa 4 volte più alto rispetto a quello del mercato. 
Il rischio più grande è che il default di qualche importante emittente possa generare panico, con eventuali effetti a catena.
 

Il Giappone non riesce a vincere la deflazione

Il Giappone è alle prese con un’importante sfida: vincere la deflazione. Il Governo e la Banca Centrale hanno avviato una stagione di politica monetaria aggressiva e di riforme strutturali per cercare di riportare il Paese in una fase di crescita economica. I risultati, però, al momento sono inferiori alle attese: il PIL cresce ad un ritmo debole e l’inflazione non riesce ad accelerare, mentre il Paese è appesantito dal debito pubblico più alto del mondo (pari al 230% del PIL). Se le riforme strutturali non daranno i loro frutti, il Giappone rischia di perdere la fiducia dei mercati.

Le fragilità politiche europee: Brexit, Grexit

La gestione dei flussi migratori minaccia di far crollare un pilastro del progetto europeo: la libera circolazione delle persone. I risultati elettorali del 2015 hanno sancito in diversi Paesi la vittoria dei partitipro-euro, ma il fronte euroscettico - anche se all’opposizione - continua a crescere. 
Sulle prime pagine dei giornali si parla meno di Grexit, ma il Paese ellenico resta in difficoltà e il Governo Tsipras fragile. In Francia, il Front National non ha vinto le elezioni in alcuna regione ma è – virtualmente – il primo partito del Paese. Le elezioni spagnole non hanno portato nessun vincitore e, probabilmente, il Paese tornerà a votare a marzo. Nel Regno Unito il Governo è alle prese  la permanenza o l’uscita del Paese dall’Unione Europea e il premier David Cameron, se non riuscisse ad ottenere qualche concessione sulle richieste avanzate alla Commissione Europea, potrebbe forzare la mano e anticipare il referendum al 2016.Nonostante i rendimenti obbligazionari ai minimi storici, la zona euro rimane fragile e più sensibile di altri Paesi sviluppati ai cambi d’umore del mercato.

 

 

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