Uno dei mattoni fondamentali di ogni risparmiatore dovrebbe essere il risparmio previdenziale. Vediamo perché, affrontando il problematico nodo della pensione.

Problematico, nonché cruciale. Nel futuro di molti odierni lavoratori italiani quarantenni e cinquantenni, infatti, l’età pensionabile sarà vicina ai 70 anni, con assegni assai più magri degli ultimi redditi dichiarati. Va anche peggio se consideriamo i trentenni e i ventenni.

Il problema pensionistico è globale, e affligge tutti i principali Paesi Sviluppati, perché ha alla base due trend secolari importanti:

  1. una dinamica demografica avversa, che vede crescere sempre più il rapporto tra numero di anziani in pensione e di lavoratori attivi;
  2. una riduzione della produttività e dei tassi di crescita economica nei Paesi Sviluppati.

Un buon reddito pensionistico è quindi doppiamente importante:

  • a livello di singolo individuo, consente di mantenere il proprio tenore di vita quando non si è più in età da lavoro;
  • a livello pubblico, evita che una moltitudine di anziani gravino sul resto della società.

Ora, in Italia gli strumenti a disposizione del risparmiatore per “farsi la pensione” sono sostanzialmente due: la previdenza obbligatoria e la previdenza integrativa. Vediamo di che si tratta.

Pensione obbligatoria INPS di anzianità lavorativa o vecchiaia

Durante la vita lavorativa, una parte della retribuzione è versata all’INPS sotto forma di contributi previdenziali. L’INPS la utilizza per pagare le pensioni di chi ha già cessato di lavorare, cioè i pensionati.

Al termine dell’attività lavorativa, chi ha correttamente versato i contributi previdenziali e ha maturato i requisiti necessari, riceve la pensione obbligatoria dall’INPS. Questo è il cosiddetto “primo pilastro” pensionistico. Come si accennava in precedenza, tale pilastro è destinato a ridursi in futuro, sia per motivi demografici (il progressivo invecchiamento della popolazione italiana), sia per un fisiologico rallentamento della crescita economica nei Paesi Sviluppati rispetto ai decenni precedenti.

Pensione integrativa (o complementare)

Alla luce di ciò, per evitare una drastica riduzione del reddito una volta raggiunta l’età pensionabile, occorre guardare alle forme di pensione integrativa. Vediamo quali sono, analizzandone le principali caratteristiche.

  • Fondi pensione “chiusi” di categoria o aziendali

Noti pure come “fondi negoziali” (in quanto frutto d’accordi tra le organizzazioni sindacali e quelle imprenditoriali, o di categoria), costituiscono il “secondo pilastro” della previdenza. Sono prodotti finanziari del sistema pensionistico privato, favoriti da sensibili agevolazioni fiscali e nati per garantire ai lavoratori una pensione complementare. Sono alimentati da contributi versati mensilmente sia dal datore di lavoro che dal lavoratore.
I soldi versati nei fondi pensione sono gestiti da società specializzate, che li investono variamente sui mercati finanziari. Ogni fondo pensione ha solitamente più linee d’investimento, chiamate “comparti” - ad esempio comparto azionario, obbligazionario o garantito. È il lavoratore a scegliere in quale comparto investire. Questa scelta influisce sensibilmente sul reddito in futuro. Ad esempio, il rendimento offerto nel lungo termine da un comparto azionario sarà con elevata probabilità assai diverso da quello offerto da un comparto monetario.
Grazie ai versamenti regolari e ai rendimenti ottenuti sui mercati finanziari il capitale si accumula e matura, anche se, a priori, non è noto quanto sarà il capitale finale, il cosiddetto montante previdenziale.
Esso può essere convertito in una pensione (ad integrazione di quella erogata dall’INPS). In alternativa, il lavoratore può decidere di riscattare parte del capitale maturato convertendo in rendita (cioè in pensione mensile) il resto. Il capitale accumulato nei fondi può essere riscattato anche prima dell’età della pensione, per ragioni straordinarie.

  • Fondi pensione aperti e PIP (Piano Individuale Pensionistico)

Chi non ha a disposizione un fondo pensione chiuso, può scegliere i fondi pensione aperti o PIP, aperti a tutti i lavoratori. Essi costituiscono il “terzo pilastro“. La differenza tra i due è che i fondi pensione aperti sono distribuiti da banche e società finanziarie, mentre i PIP sono venduti da compagnie di assicurazione.
Entrambi funzionano in modo simile ai fondi pensione chiusi: i contributi raccolti e destinati a un comparto scelto dal risparmiatore, sono investiti professionalmente sui mercati finanziari dai gestori, con l’obiettivo di generare un montante da convertire poi in rendita al momento del pensionamento. Anche in questo caso è possibile avere il riscatto del capitale in anticipo.
I versamenti dei lavoratori generalmente possono variare o interrompersi e il capitale può essere trasferito ad altra forma di previdenza complementare. I datori di lavoro possono decidere di contribuire, traendone benefici fiscali.

  • Piani di risparmio personale

I piani di risparmio personale sono portafogli d’investimento personale creati spontaneamente e autonomamente dal risparmiatore con l’obiettivo di accantonare periodicamente delle somme di denaro per poi costruire un capitale per quando si andrà in pensione. Il piano può concretizzarsi attraverso dei Piani d’Accumulo ( PAC), che includono diversi prodotti finanziari come fondi comuni d’investimento, obbligazioni, ETF, azioni, ecc. In questi casi, è necessario che chi investe abbia delle conoscenze finanziarie e degli obiettivi chiari in mente.

Il problema della pensione è rilevante e le soluzioni possono essere varie. Ma qualunque sia la forma di previdenza integrativa a disposizione o scelta, è bene iniziare il prima possibile, perché la demografia italiana non aspetta e non guarda in faccia nessuno – men che meno l’INPS.

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