Conoscersi ha innegabili vantaggi, specialmente quando si parla di risparmio ed investimenti. E a questo proposito oggi ci occupiamo del concetto di avversione al rischio, che può influenzare sensibilmente le nostre scelte d’investimento.

Il grande merito della finanza comportamentale è quello d’aver messo a fuoco la dimensione psicologica all’interno della teoria finanziaria classica. La razionalità dell’homo oeconomicus è stata messa in discussione, e ci si è resi conto che spesso le scelte degli uomini sono il frutto di decisioni irrazionali, di errori di valutazione determinati dal contesto, o più semplicemente dalla mancanza di informazioni. Gli investitori non sono immuni da questi “errori” comportamentali.

Tra le più comuni trappole mentali c’è quella legata all’avversione al rischio. Scopriamo cos’è e da dove viene.

Che cos’è l’avversione al rischio

La teoria del prospetto sviluppata intorno 1980 dal premio Nobel per l’Economia Daniel Kahneman e Amos Tversky, dimostrò per la prima in modo rigoroso che gli individui di fronte ad una scelta non si comportano sempre in modo razionale, specialmente quando vengono messi di fronte ad una situazione d’incertezza (rischio). Situazione molto comune quando si deve scegliere in quale strumento investire.

In particolare, grazie a numerosi esperimenti di psicologia cognitiva, si può dimostrare che gli esseri umani tendono ad essere avversi alle perdite, ovvero la maggioranza delle persone o degli investitori tendono a comportarsi in modo avverso al rischio quando si trovano di fronte ad una perdita o un guadagno futuro, anche se hanno la stessa probabilità di realizzo. Detto in altri termini la bilancia pende sempre dalla parte delle perdite.

Facciamo un esempio.

Un vostro amico vi chiede di giocare con lui a testa o croce: se esce testa vincete X euro, se esce croce perdete la stessa quantità di denaro. Nonostante la probabilità di vittoria e di perdita si equivalgano (entrambe al 50%) la maggioranza delle persone non accetterebbe di giocare, perché la potenziale perdita creerebbe una ferita psicologia più profonda rispetto alla soddisfazione generata dal potenziale guadagno.

Su questo tema, diversi studi empirici hanno dimostrato che le persone avverse al rischio hanno in media una percezione di due volte e mezzo più acuta della perdita rispetto al guadagni. Questo, ad esempio, comporta che per recuperare psicologicamente una perdita del 10%, non basterebbe neanche guadagnare più del doppio.

Il punto è che l’eccessiva avversione alla perdita può essere un limite. Vediamo perché.

L’avversione al rischio ha poco a che fare con la gestione del rischio e in alcuni può essere controproducente. Il grafico seguente mostra le scelte d’investimento dei sottoscrittori dei fondi pensioni negoziali divisi per comparto e classe di età. Tra gli aspetti più evidenti spicca che,a prescindere dalla classe di età, il profilo medio dei sottoscrittori sia estremamente prudente, anche tra i giovanissimi (fino ai trent’anni). In particolare, anche tra coloro che hanno meno di 30-35 anni prevalgono i comparti obbligazionario e garantito, mentre quello azionario è quasi trascurabile, a prescindere dall’orizzonte temporale.

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Questo è del tutto irrazionale e contrario alla logica economica-finanziaria. Come abbiamo menzionato in un post precedente, l’orizzonte temporale è fondamentale per identificare l’adeguata composizione di portafoglio. Inoltre, più l’orizzonte temporale è lungo, più il rischio di cattivi risultati (pur non scomparendo del tutto) si riduce drasticamente, lasciando spazio a performance positive con elevata probabilità. Ecco perché chi è giovane dovrebbe avere (in media) avere un’ampia esposizione alle azioni e una trascurabile esposizione al comparto garantito.

Perciò essere troppo conservativi rischia di essere controproducente, specialmente per chi ha un orizzonte temporale di lungo o lunghissimo tempo. Anche perché la storia ha dimostrato che i mercati nel lungo periodo sanno remunerare adeguatamente chi assume rischi: basta farlo in modo oculato.

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