La bolla dei mutui subprime scoppiata nel 2006 ha comportato, tra le altre cose, un enorme travaso di soldi dal settore pubblico a quello privato, gravando notevolmente sui conti dei diversi Paesi. Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno, basti pensare che in Europa, tra il primo ottobre 2008 ed il primo ottobre 2014, la Commissione Europea ha adottato oltre 450 decisioni di autorizzazione di aiuti pubblici nazionali alle banche[1].

Oggi però il quadro normativo è diverso: dal primo gennaio 2016, infatti, è entrato in vigore il pacchetto di norme introdotto dalla direttiva BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive) che ha l’obiettivo di gestire (possibilmente prevenire) le crisi bancarie senza l’intervento pubblico, il quale potrà essere considerato solo in circostanze straordinarie.

Tra i vari strumenti nella procedura detta di “risoluzione” si prevede in extrema ratio il Bail-in, molto discusso in quanto chiama in causa direttamente i risparmiatori.

Come funziona il bail-in e che impatto ha sui risparmiatori

Attraverso il bail-in ( letteralmente “salvataggio interno”) l’Autorità di Risoluzione che si occupa del salvataggio della banca ( la Banca d’Italia nel nostro paese) può decidere di ridurre il valore delle azioni e di alcuni crediti o convertirli in azioni, per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca. L’obiettivo è mantenere l’istituto in funzione e limitare i danni, evitando il default e la liquidazione, nonché l’eventuale panico che potrebbe derivarne.

L’ordine gerarchico di chi è chiamato a sopportare gli oneri del salvataggio, segue una logica precisa: chi ha investito in strumenti finanziari più rischiosi sostiene prima degli altri le eventuali perdite o la conversione in azioni.

In particolare, l’ordine stabilito dalla normativa è il seguente:

  1. azioni e strumenti di capitale;
  2. obbligazioni subordinate;
  3. obbligazioni senior non garantite;
  4. depositi, ma solo per l’importo eccedente i 100.000 euro (intestati a persone fisiche e piccole e medie imprese).

Il possessore di un’ obbligazione bancaria senior non garantita, ad esempio, potrebbe subire una conversione in azioni e/o la riduzione (in tutto o in parte) del proprio credito verso la banca, nel caso in cui le risorse degli azionisti e degli obbligazionisti subordinati fossero insufficienti a coprire le perdite e a ricapitalizzare la banca. Tuttavia la Banca d’Italia, in via eccezionale, potrebbe decidere di non coinvolgere una categoria di creditori (ad esempio le obbligazioni senior non garantite), al fine di evitare possibili episodi di panico tra i risparmiatori e sui mercati finanziari, optando invece per un intervento del fondo di garanzia.

Chi si salva?

Nell’ambito dei più comuni rapporti cliente-banca sono al sicuro:

  • i depositi fino a 100.000 euro, protetti dal sistema di garanzia dei depositi;
  • i bond (e altre passività della banca) con garanzia;
  • il contenuto delle cassette di sicurezza e i titoli detenuti in virtù di un rapporto fiduciario;
  • i debiti della banca verso i suoi dipendenti, i debiti commerciali e fiscali (se privilegiati dalla normativa fallimentare).

È dunque importante essere consci dei rischi nel momento in cui si diventa creditori, a vario titolo, di una banca. Come ha detto il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, d’ora in poi il salvataggio delle banche in difficoltà passa attraverso il “sacrificio di azionisti e creditori[2]”.

Per approfondimenti consulta i documenti predisposti dall’ABI e dalla Banca d'Italia:

[1] http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2015-11-22/giri-valzer-aiuto-stato-140127.shtml?uuid=ACAC9FfB

[2] Banca d’Italia, “Indagine conoscitiva sul sistema bancario italiano nella prospettiva della vigilanza europea”, Ignazio Visco, audizione del Governatore della Banca d’Italia, aprile 2015.

 

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