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Come scegliere i settori azionari

Oltre alle tipiche classificazioni dei titoli azionari per settore merceologico di appartenenza esistono indici che raggruppano le azioni a seconda di altre caratteristiche come il livello di capitalizzazione della società o, anche, a seconda delle caratteristiche patrimoniali e reddituali delle società stesse. Nell’ambito di un mercato azionario i raggruppamenti in “sotto-indici” possibili sono evidentemente innumerevoli, noi ci limiteremo a distinguere tra:

  • Indici di titoli a grande capitalizzazione (o indici “Large Caps”). Ad esempio lo Standard & Poor’s 100 negli Stati Uniti o il Dow Jones Euro Stoxx 50 per l’Europa o il FTSE MIB per l’Italia
  • Indici di titoli a media capitalizzazione (o indici “Mid Caps”). Ad esempio lo Standard & Poor’s 400 negli Stati Uniti o il FTSE EuroMid per l’Europa o il FTSE Italia Mid Cap
  • Indici di titoli a piccola capitalizzazione (o indici “Small Caps”). Ad esempio Standard & Poor’s 600 negli Stati Uniti o lo Europe-FTSE Small cap o il FTSE Italia Small Cap

I criteri

Una volta definiti i sotto-indici, non resta che cercare di identificare i criteri-guida per la scelta di un gruppo di titoli piuttosto che un altro. Generalmente, tra le “small caps” figurano società seguite da un numero limitato di analisti e le cui capacità di produrre utili sono tipicamente meno stabili e prevedibili nel tempo. Inoltre, le “small caps” tendono ad essere aziende che operano prevalentemente entro i confini nazionali del Paese o, se si preferisce, hanno un fatturato “geograficamente” meno diversificazione|diversificato rispetto alle aziende di grandi dimensioni e alle multinazionali. Il comportamento delle “small caps” può essere assimilato a quello dei titoli cosiddetti “ciclici”; esse cioè tendono a fare peggio (relativamente alle “large caps”) quando l’economia sta entrando in recessione e meglio quando ne sta uscendo. Più in dettaglio, la “performance relativa” tra small e large caps tende ad essere correlata al ciclo dei profitti aziendali. A mano a mano che il tasso di crescita dei profitti accelera, le “small caps” tendono a fare meglio delle “big caps” e viceversa nella circostanza opposta. Esiste, evidentemente, una spiegazione a tutto ciò.

In una situazione di discesa del tasso di crescita dei profitti, le scelte di portafoglio tenderanno a privilegiare le società con migliore prevedibilità degli utili (tipicamente le “large caps”). Ciò accade perché il mercato ritiene che le società di più grandi dimensioni, in virtù della maggiore diversificazione geografica del fatturato e della maggiore prevedibilità degli utili, abbiano una più elevata probabilità di difendere i margini di profitto e di non deludere le attese del mercato. Viceversa, quando il tasso di crescita dei profitti d’azienda migliora, il rischio di incappare in società che riportano utili inferiori alle attese è più basso ed è quindi meno pressante l’esigenza di concentrare le scelte di portafoglio su società con maggiore visibilità degli utili. Se, quindi, il tasso di crescita degli utili è la variabile esplicativa, non resta che rifarsi a quanto scritto nei paragrafi precedenti relativamente alle circostanze nelle quali il tasso di crescita degli utili migliora (o peggiora).

In sintesi, affinché il tasso di crescita degli utili migliori devono essere verificate due condizioni:

  1. è necessario che il tasso di crescita del PIL nominale aumenti;
  2. è necessario che siano presenti le opportune condizioni di politica monetaria, ossia che la differenza tra tassi ufficiali e tasso di crescita del PIL tenda a diminuire.

In tali condizioni è molto probabile che la performance relativa delle “small caps” rispetto alle “big caps” sia positiva. Viceversa, laddove ci fosse una situazione nella quale il tasso di crescita del PIL nominale diventasse negativo e/o la politica monetaria restrittiva, tendenzialmente le preferenze del mercato dovrebbero rivolgersi alle “large caps” a scapito delle “small caps”.