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Curva dei rendimenti

La curva dei rendimenti rappresenta graficamente la relazione (che solitamente è proprio una curva) tra la durata di uno strumento finanziario e il suo rendimento. Per valutare la convenienza degli investimenti di diversa durata è importante rappresentare questo grafico in tutta la sua estensione, dai tassi giornalieri fino alle scadenza|scadenze più lunghe ipotizzabili per gli strumenti obbligazionari (30 o 50 anni di solito).

I mercati finanziari tutti i giorni si cimentano nell’esercizio di prevedere le mosse della banca centrale e il probabile andamento futuro della crescita economica. La differenza tra il rendimento di un titolo a lunga scadenza e uno a breve scadenza è nota come “inclinazione della curva dei rendimenti”. L’inclinazione della curva dei rendimenti viene, di solito, riconosciuto il merito di essere uno dei più potenti strumenti di previsione della congiuntura economica.

In termini generali, la curva dei rendimenti subisce un appiattimento (la differenza tra tassi a lunga e tassi a breve diminuisce) quando il mercato obbligazionario prevede che ci possa essere una riduzione dei tassi d’interesse a breve futuri ed un rallentamento nella crescita economica. Viceversa, la curva dei rendimenti diventa più ripida (la differenza tra tassi a lunga e tassi a breve aumenta) quando il mercato prevede un aumento dei tassi d’interesse a breve futuri ed un miglioramento della congiuntura.

La curva dei rendimenti in pratica: le sue determinanti

La curva dei rendimenti è quindi convenzionalmente divisibile in 3 segmenti di riferimento:

  1. La curva dei rendimenti monetari: è il segmento che và dai tassi a un giorno (overnight) a quelli ad un anno. Le determinanti principali di questi tassi sono le banche centrali per i tassi a brevissimo e il cosiddetto mercato monetario, cioè quello degli strumenti con inferiore all’anno come: pronti contro termine, BOT (o gli equivalenti negli altri paesi come i T-Bill negli USA o i Bubill in Germania), depositi interbancari, certificati di deposito. Le obbligazioni con scadenza residua inferiore all’anno in realtà sono poco liquide e tendono ad assestarsi sui livelli di rendimento del mercato monetario. È importante ricordare che in Italia l’aliquota sugli strumenti finanziari a breve termine (fino all’anno) è del 27%, cioè superiore a quella degli altri strumenti finanziari incluse le obbligazioni con scadenza più lunga (12,5%). Ciò ovviamente non vale per i titoli di stato come i BOT o altri titoli emessi da stati o enti sovranazionali.
  2. La curva dei rendimenti a breve termine: è la parte della curva che va da 1 a 3 anni di scadenza la cui principale determinante sono i rendimenti delle obbligazioni governative. Il Tesoro Italiano emette periodicamente BTP ( Buoni del tesoro Poliennali) e CTZ (strumenti simili ai BOT cioè senza cedola o Obbligazione zero coupon|zero coupon ma a scadenza 18 mesi o 2 anni).
  3. La curva dei rendimenti a medio-lungo termine: è la parte della curva che va da 3 a 10 anni la cui principale determinante sono i rendimenti delle obbligazioni governative di questa scadenza. Il Tesoro Italiano emette periodicamente BTP (Buoni del tesoro Poliennali) con scadenza 5 e 10 anni. È forse il segmento più liquido del mercato obbligazionario.
  4. La curva dei rendimenti a lungo termine: è la parte della curva che va da 10 a 30 anni la cui principale determinante sono i rendimenti delle obbligazioni governative di questa scadenza. Il Tesoro Italiano emette periodicamente BTP (Buoni del tesoro Poliennali) con scadenza 15 e 30 anni. Dal momento che una delle principali determinanti dei rendimenti a lunga scadenza è l’inflazione - come abbiamo spiegato in precedenza - il Tesoro Italiano (così come quello francese, USA e giapponese tra gli altri) emette anche titoli, i BTPi “indicizzati all’inflazione” (cioè che proteggono l’investitore da un eventuale aumento dell’inflazione) a scadenze solitamente di 10 o 30 anni.